C’è una sottile linea di confine, nelle nostre campagne, che separa la transizione ecologica pragmatica dall’ideologia burocratica. Per anni, dopo il grande “boom” dei primi 2000, la narrativa pubblica e il legislatore hanno individuato un nemico comune: il fotovoltaico a terra tradizionale. Grandi distese di specchi di silicio posizionati ad alta intensità, pensati con un unico obiettivo, ovvero massimizzare la produzione elettrica per metro quadro.
La reazione normativa a tale fenomeno, abbastanza redditizio per chi fin da subito aveva creduto in tale investimento, è stata severa. Salvo rare eccezioni – come i terreni adiacenti alle autostrade, le ex cave o i siti industriali dismessi – agli imprenditori agricoli è stato progressivamente vietato di installare pannelli a terra sui suoli, nel nome della sacrosanta tutela della produzione alimentare e del paesaggio. In tutta Italia è stato un proliferare di prese di posizioni nettissime da parte di Enti Locali, Organizzazioni per la difesa dell’ambiente e comitati civici che hanno adottato misure di ogni tipo per frenare quella che era considerata una pericolosa deriva ai danni dell’ambiente.
Oggi, però, assistiamo a un cortocircuito logico ed estetico che prende il nome di agrivoltaico. Presentato come la svolta definitiva, il miracolo tecnologico capace di far convivere energia pulita e agricoltura senza sottrarre un solo palmo di terra alle colture, questi impianti godono di importanti incentivi statali e comunitari. Ma se si guarda la realtà sul campo, la transizione green si scopre viziata da una profonda ipocrisia geometrica e sostanziale. L’immagine aerea del territorio, o di quello che potrebbe diventare laddove tutti gli impianti promessi venissero realizzati, parla chiaro. Se nel fotovoltaico tradizionale i moduli erano densi e concentrati, nell’agrivoltaico la parola d’ordine è dispersione. Per consentire il passaggio dei mezzi agricoli, la lavorazione della terra o il pascolo, le file di pannelli devono essere distanziate, innalzate o collocate in modo molto più “rado”.
Il risultato di questa scelta è paradossale: A parità di energia prodotta, un impianto agrivoltaico ha bisogno di una superficie totale decisamente maggiore rispetto a un impianto tradizionale a terra. L’impatto visivo e la trasformazione del paesaggio non si concentrano più in un unico perimetro circoscritto, ma si “diluiscono” e si allargano su decine e decine di ettari, colonizzando porzioni di territorio visivamente enormi. L’ipocrisia green, nel tentativo di nascondere il pannello tra i filari o le coltivazioni, ha finito per moltiplicare lo spazio complessivo da destinare a queste strutture nelle campagne.
Vi è poi un altro aspetto critico: la natura spesso puramente formale dell’attività agricola residua. In molti macro-progetti, la “convivenza” con la terra si riduce a un espediente per intercettare i fondi pubblici e superare i veti autorizzativi. Si vedono ormai regolarmente progetti da decine di ettari di moduli fotovoltaici in cui l’attività agricola dichiarata si riduce a qualche pecora lasciata pascolare sotto le strutture metalliche. Un escamotage che serve più all’azienda energetica per risparmiare sui costi di sfalcio dell’erba che a produrre reale valore agroalimentare. È un’agricoltura di pura forma, non di sostanza. Il rischio concreto è che la terra perda la sua vocazione identitaria per trasformarsi in una centrale elettrica mascherata da prato stabile.
Ovvio e naturale resta il fatto che spesso, tali espedienti, rappresentano un modo, per molti imprenditori agricoli, di integrare dei redditi agrari ormai ridottissimi. Se le quotazioni dei cereali non fossero così immotivatamente basse o la valorizzazione dei prodotti zootecnici (latte in primis) garantisse una stabile sostenibilità economica in quanti si lancerebbero in iter burocratici eterni per provare a realizzare nelle proprie aziende tali impianti?!
Ogni azienda agricola è, prima di tutto, un’impresa. Gli agricoltori si trovano stretti tra costi di produzione stellari, cambiamenti climatici e scarsa redditività dei mercati tradizionali. L’energia rinnovabile deve essere uno strumento di integrazione del reddito aziendale, ma deve farlo senza costringere l’imprenditore a farsi carico di infrastrutture iper-complesse o a recitare la parte del “custode di facciata” per conto di grandi fondi di investimento energetici.
Al fianco di ciò la deriva ambientalista alla quale politica ed istituzioni si sono piegate ha dimentico ogni forma di reale pragmatismo nella tutela del paesaggio. Questo non è solo ambiente ma è un patrimonio culturale ed economico unico al mondo. Diluire i pannelli su aree vastissime per simulare una finta armonia con la natura spesso ferisce l’orizzonte più di quanto farebbe un impianto tradizionale, compatto, ben recintato e magari schermato da barriere alberate lungo i confini.
La tutela del paesaggio non si fa con formule burocratiche, ma pianificando con intelligenza dove l’impatto visivo sia nullo o mitigabile. Spesso e volentieri un impianto fotovoltaico ad altissima densità in zone poco visibili sarebbe ben più produttivo, redditizio e poco impattante che decine di ettari di agrovoltaico disseminati su colline o valli.
Una situazione sempre più complessa che mostra anche un’ennesima contraddizione: quegli stessi soggetti (Amministrazioni locali e Comitati) che fino all’altro ieri si battevano contro gli impianti fotovoltaici a terra, perché troppo impattati e poco sostenibili, adesso sono nuovamente sulle barricate contro ogni ipotetico progetto che preveda grandi impianti agrivoltaici. Risvegliati dal torpore dell’ideologia si stanno accorgendo che, forse, la toppa è stata ben peggiore del buco.









