Arriva una notizia abbastanza attesa dal settore primario, in un momento in cui i costi di produzione continuano a pesare come macigni sui bilanci delle aziende agricole. La Commissione Europea ha infatti presentato ufficialmente una proposta per sospendere, per la durata di un anno, i dazi doganali sulle importazioni di alcuni fertilizzanti azotati chiave e sulle materie prime essenziali per la loro produzione, come ammoniaca e urea.
Il provvedimento, che dovrà ora essere approvato dal Consiglio UE, punta a ridurre i costi per gli agricoltori e per l’industria europea dei concimi. Secondo le stime di Bruxelles, l’azzeramento temporaneo delle tariffe (note come dazi della “Nazione più favorita” o NPF) potrebbe portare a un risparmio complessivo di circa 60 milioni di euro a livello comunitario.
La misura dovrebbe funzionare attraverso un sistema di quote. Una volta superata la soglia prefissata (i cui dettagli tecnici saranno definiti nell’apposito Regolamento), si tornerà ad applicare il dazio standard. Quello della produzione di fertilizzanti, è utile ricordare, è comunque un settore in cui i paesi Ue sono fortemente deficitari. La presenza di dazi eccessivi alle importazioni più che ad evitare concorrenza sleale all’industria comunitaria rappresenta unicamente un modo per vessare le aziende agricole aumentando i costi di produzioni delle coltivazioni europee.
Per motivi di sicurezza e indipendenza energetica, però, la sospensione non si applicherà alle importazioni provenienti da Russia e Bielorussia (nei confronti delle quali le sanzioni per la guerra verranno ulteriormente inasprite), spingendo così la filiera verso partner commerciali ritenuti più “affidabili”.
Per la nostra regione, dove la cerealicoltura e le colture estensive (come grano duro, girasole e mais) rappresentano la spina dorsale dell’economia agricola, il costo dei concimi azotati è una variabile critica. Una riduzione del prezzo alla fonte dei fertilizzanti potrebbe tradursi in una maggiore competitività soprattutto per le aziende cerealicole marchigiane, colpite negli ultimi anni da una forte volatilità dei prezzi energetici e delle materie prime.
Un provvedimento fortemente caldeggiato in Ue dal governo italiano, ritenuto dagli addetti ai lavori una risposta concreta alle richieste di contenimento dei costi che, però, è solo un primo passo. Il nodo resta infatti quello del CBAM (il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere dell’Unione europea): le organizzazioni agricole chiedono che, oltre alla sospensione dei dazi, si intervenga con decisione per evitare che le nuove normative ambientali si trasformino in ulteriori tasse occulte sui mezzi di produzione.
Dal 1° gennaio 2026, infatti,. è entrato in vigore a pieno regime il CBAM che estende l’obbligo di acquisto di “certificati di carbonio” anche ai fertilizzanti azotati importati da fuori Europa (e fuori dall’Europa, in particolare da Nord Africa e medio Oriente, proviene la quasi totalità di urea). Come noto, già per i produttori europei vi è l’obbligo di compensare annualmente le proprie emissioni di CO₂ prodotte con l’acquisto di crediti di carbonio attraverso l’ETS (Sistema di Scambio di Quote di Emissione dell’UE). Con queste nuove disposizioni, l’obbligo di acquisto viene esteso anche ai produttori extra Ue. Una scelta che permette, peraltro, di contrastare anche il fenomeno del carbon leakage indiretto, ovvero il rischio che le aziende europee, per evitare di sostenere i costi dell’ETS, trasferiscano la produzione in paesi extra-UE con standard ambientali meno rigorosi e spese ridotte, vanificando così gli sforzi climatici europei.
L’iter sui dazi, ad ogni modo, ora passa al Consiglio UE. Sebbene non si tratti di un provvedimento a carattere immediato, la natura del regolamento suggerisce un percorso accelerato per far sì che i benefici arrivino nelle tasche degli agricoltori nel minor tempo possibile, idealmente già per la prossima stagione di fertilizzazione.









