La crisi geopolitica in atto con il Medio Oriente messo a ferro e fuoco, e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, sta agendo come un detonatore sui costi di produzione del settore agricolo globale. Se la crisi ucraina del 2022 aveva colpito i “granai”, lo shock attuale percuote soprattutto il “motore” e il “nutrimento” della terra: energia e fertilizzanti.
Il settore agricolo, infatti, è vittima di una doppia morsa. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui transita il 20% del petrolio e del gas naturale mondiale, ma anche una quota enorme di materie prime chimiche.
Prendendo come primo esempio il gasolio agricolo questo ha subito un’impennata verticale. In soli dieci giorni le quotazioni di circa 0,85 €/litro hanno toccato picchi di 1,25 €/litro (+47%). Aumenti vertiginosi frutto, forse, anche di speculazioni da parte delle raffinerie che immettono sul mercato il prodotto. L’aumento del gasolio agricolo è risultato, infatti, proporzionalmente molto più alto di quello del diesel per autotrazione.
Ancor più rilevante la questione concimi e fertilizzanti azotati. L’Iran è il quarto esportatore mondiale di urea. Con lo stretto chiuso, circa il 30% dei fertilizzanti mondiali (urea, ammoniaca, fosfati) è attualmente bloccato. I prezzi dell’urea in Medio Oriente sono balzati del 20% in una settimana, superando i 590 dollari/tonnellata alla fonte, interferendo anche sulle produzioni di paesi limitrofi come l’Egitto (che in via precauzionale sta rallentando le esportazioni).
Aumenti impressionanti che costringeranno gli agricoltori italiani ad utilizzare fertilizzanti con costi ben al disopra le 700 euro /t, con tutte le ripercussioni in termini di raccolta che si potranno vedere fra qualche mese in caso di concimazioni scarse o ritardate. Senza concimi, la resa dei raccolti europei rischia un calo drastico già nella prossima stagione.
Sebbene, poi, non ci sia una carenza diretta di cereali (come accaduto con l’Ucraina), il problema connesso all’aumento generale dei costi per la coltivazione del grano già in campo non è di poco conto. L’aumento dei fertilizzanti azotati e dei costi per le lavorazioni meccaniche renderà queste colture ancor meno redditizie. Un quadro preoccupante che si inserisce in una stagione già fortemente critica a causa dei bassi prezzi di realizzo fino ad ora spuntati dagli agricoltori, soprattutto per il grano duro, segmento trainante dell’agricoltura marchigiana.
Ma al netto delle gravi conseguenze sul piano tecnico ed economico l’attuale stato di guerra e di paralisi dello Stretto di Hormuz non è solo un incidente geopolitico quanto il de profundis di una politica agricola europea ipocrita che si professa “green” e “autonoma” mentre tiene il cordone ombelicale collegato ai pozzi del Golfo Persico e alle fabbriche chimiche extra-UE.
Un’ennesima dimostrazione del paradosso grottesco ormai noto: l’Europa pretende di dettare standard ambientali elevatissimi ai propri agricoltori, ma ha permesso che la base stessa della loro sopravvivenza – i fertilizzanti azotati e il gasolio – dipendesse totalmente dai capricci di regimi instabili e teocrazie in guerra. Situazione facilmente immaginabile che ha reso sempre più schiavo il settore primario occidentale rendendo superfluo continuare a parlare di “sovranità alimentare”. Quando i costi di produzione di un chilo di grano sono decisi a Teheran o nelle borse energetiche di Dubai, lo spazio per altre forme di sovranità restano totalmente compromesse.









