Il mese di maggio 2026 non si è aperto di certo sotto i migliori auspici per i produttori di grano duro delle Marche. Nonostante le attese e le rassicurazioni istituzionali, le ultime rilevazioni dei mercati confermano un trend inesorabilmente negativo: i prezzi del frumento continuano a scendere, toccando minimi che mettono a repentaglio la sopravvivenza stessa delle aziende agricole regionali.
A rendere la situazione ancora più amara è la constatazione dell’inefficacia della ormai nota CUN (Commissione Unica Nazionale). Entrata in vigore con l’obiettivo di garantire trasparenza e un prezzo equo lungo la filiera, la CUN si è rivelata, fin dai suoi primi vagiti come ha più volte raccontato Marche Agricole, uno strumento inutile e tutt’altro che risolutivo.
Mentre l’industria continua a dettare legge e le speculazioni internazionali non accennano a placarsi, lo strumento che avrebbe dovuto tutelare il valore del grano italiano si sta dimostrando una “scatola vuota”. Nello specifico il prezzo del grano duro marchigiano non solo non beneficia di questa nuova architettura normativa, ma continua a subire ribassi settimanali che ne sviliscono la qualità e il sacrificio dei produttori.
A tal proposito Confagricoltura Marche lancia un grido d’allarme su un fenomeno economico quasi inedito e per questo estremamente pericoloso. Oggi, infatti, assistiamo a una divergenza distruttiva: i costi dei fattori produttivi (gasolio agricolo, concimi, energia elettrica, gas e ricambi) sono schizzati verso l’alto, ma a questo aumento non è seguito un adeguamento delle commodities alimentari. Al contrario, grano, mais e non solo vedono i loro listini contrarsi proprio quando il costo per produrli ha raggiunto livelli record.

Il territorio marchigiano, cuore pulsante della cerealicoltura di qualità e fra i primi granai italiani, è tra i più colpiti. «Siamo di fronte a un problema serio che rischia di desertificare il nostro settore cerealicolo», sottolinea il direttore regionale di Confagricoltura Alessandro Alessandrini, che aggiunge: «Alle imprese deve essere data la possibilità di generare una redditività minima altrimenti in molti potrebbero decidere di abbandonare, con conseguenze devastanti non solo per l’economia agricola, ma per l’intero indotto.»
Non è più tempo, quindi, di palliativi o di commissioni che non incidono sulla realtà dei campi ma servono interventi urgenti e definitivi. Cali che vanno da -2 a -5 euro tonnellata per il grano made in Marche (questo quanto stabilito nel quinto listino CUN che ha fissato il prezzo poco sopra i 25 euro al quintale) non sono cifre nemmeno lontanamente sostenibili per i produttori. Prezzi che oggi vedono valorizzare il proprio prodotto come oltre 30 anni fa senza tenere conto, però, di inflazione ed aumento dei costi che in tre decenni sono intervenuti.
Una situazione fra il tragico ed il surreale sulla quale, però, la politica tace in maniera imbarazzante, insieme ad qualche organizzazione che la CUN per mesi l’ha sponsorizzata e voluta.









