Il vino nell’era della trasparenza: l’evoluzione dell’etichetta

Non più un semplice abito, ma il volto della bottiglia. Federico Castellucci: "Le etichette innovative, simpatiche e divertenti permettono di vendere meglio"
Attualità
di Raffaello De Crescenzo

C’è stato un tempo in cui l’etichetta di una bottiglia di vino era soprattutto una “promessa estetica”. Un piccolo spazio di carta destinato a evocare eleganza, tradizione, appartenenza. Poteva trattarsi di un paesaggio stilizzato, di uno stemma familiare, di un carattere tipografico ricercato: spesso bastava poco per costruire un primo legame emotivo con il consumatore.

Oggi quel mondo è cambiato e l’etichetta non è più soltanto un elemento decorativo, un complemento d’arredo della bottiglia, ma è assurta a punto di incontro tra identità, normativa, comunicazione e trasparenza. In pochi centimetri quadrati convivono la storia di un’azienda, la filosofia produttiva, il valore del territorio e una serie di informazioni che il consumatore moderno pretende di conoscere.

La recente evoluzione delle normative europee, con l’introduzione dell’obbligo di comunicare ingredienti e valori nutrizionali attraverso strumenti come il QR Code, inoltre, ha accelerato una trasformazione già in atto. Oggi, dunque, la bottiglia non può più limitarsi a raccontare un sogno: deve anche spiegare cosa contiene.

Una rivoluzione che qualcuno ha interpretato inizialmente come una minaccia alla poesia del vino, come se la tecnica potesse togliere fascino al racconto. In realtà, la trasparenza può diventare una delle più grandi opportunità per il settore. Perché il vino, prima ancora di essere emozione, è agricoltura, lavoro, competenza e cultura.

Raccontare un processo produttivo, spiegare una scelta enologica o rendere accessibili informazioni prima riservate agli addetti ai lavori significa creare un rapporto più maturo tra produttore e consumatore. Un consumatore più consapevole ed evoluto, che non cerca più solo il gusto, ma vuole racconto e coerenza. Un consumatore che vuole sapere da dove arriva un prodotto, come nasce, quale rapporto ha con l’ambiente e con il territorio.

Per una regione come le Marche, che ha costruito una parte importante della propria identità vitivinicola sulla biodiversità, sui vitigni autoctoni e sulla valorizzazione delle produzioni locali, questa evoluzione rappresenta una grande occasione: dal Verdicchio ai rossi del Conero e del Piceno, fino alle varietà meno conosciute che stanno tornando protagoniste, il racconto del vino marchigiano passa sempre più attraverso la capacità di comunicare un’identità precisa.

Tuttavia, la trasparenza, da sola, non basta, perché prima ancora di leggere un QR Code, il consumatore guarda la bottiglia e si lascia trasportare dall’emozione che l’etichetta è in grado di trasmettere: ed ecco che entra in gioco il design.

Fabrizio Marchionni

“Se la trasparenza rappresenta oggi il contenuto imprescindibile della comunicazione del vino, il design dell’etichetta ne rimane il veicolo più potente – spiega Fabrizio Marchionni, titolare della Markdesign Studio di San Benedetto del Tronto -. In un mercato caratterizzato da migliaia di referenze e da consumatori sempre più sollecitati da stimoli visivi, una bottiglia dispone spesso di pochi secondi per attirare l’attenzione e distinguersi”.

La sfida, quindi, è duplice: essere riconoscibili e allo stesso tempo autentici. L’etichetta diventa il primo contatto tra il vino e chi lo acquista, il luogo dove si concentrano valori, territorio e promessa qualitativa.

“Il designer oggi non è soltanto colui che disegna un’etichetta – continua Marchionni – ma il professionista che traduce la complessità di un prodotto agricolo, culturale e commerciale in un linguaggio visivo comprensibile e desiderabile”.

Il vino contemporaneo deve, dunque, parlare due linguaggi complementari: quello della verità e quello dell’emozione. La prima passa dalla trasparenza delle informazioni, la seconda dalla capacità del design di creare un legame immediato.

Ioselito Iezzoni

Su questo punto interviene anche Ioselito Iezzoni, consulente esperto in Comunicazione Visiva d’Impresa e di Prodotto, che sottolinea come il lavoro creativo debba partire dall’identità reale dell’azienda: “Interpretare un brand significa “cucirgli addosso” una veste capace di distinguerlo, attirare attenzione e lasciare un ricordo. In un mondo sempre più dominato dalla digitalizzazione e dagli schermi, il packaging mantiene infatti un valore fisico e sensoriale”.

Iezzoni evidenzia però anche un rischio: l’eccesso di creatività può finire per nascondere il protagonista principale, cioè il marchio. Da qui la scelta di un approccio minimalista, dove la sottrazione non significa semplicità, ma ricerca del dettaglio e valorizzazione di quegli elementi davvero distintivi.

Anche la sostenibilità entra sempre più nel progetto dell’etichetta: materiali, soluzioni produttive e scelte grafiche diventano parte integrante del messaggio aziendale. Un messaggio che l’azienda può veicolare anche attraverso i propri canali digitali, grazie al QR Code.

Federico Castellucci

“Il QR Code è fondamentale – sottolinea Federico Castellucci, presidente di Confagricoltura Marche perché tutti abbiamo uno smartphone tramite cui accedere alle informazioni che l’azienda decide di condividere. Così facendo, si permettendo alla parte visiva di esprimersi al meglio. Dopotutto, quante volte abbiamo comprato un libro perché la copertina era bella? Le etichette innovative, simpatiche e divertenti permettono di vendere meglio”.

Una considerazione che fotografa perfettamente il momento storico che il vino sta vivendo. L’etichetta non perde la sua funzione emozionale, ma la completa con un nuovo ruolo informativo. La bottiglia del futuro, dunque, non sarà quella che sceglierà tra estetica e contenuto, tra racconto e trasparenza, bensì quella capace di unire entrambi questi aspetti.
Perché quando un vino è realmente espressione di un territorio, non ha nulla da nascondere, ma, al contrario, ha tutto da raccontare.

Tags: etichetta, in evidenza, vino

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