Tartufo nero: stagione complessa tra clima e nuovi mercati

Pronti nuovi investimenti nelle Marche. Confagricoltura: "L'interesse è alto, ma vi sono anche molte criticità"
Attualità
di Giorgia Clementi

Nelle Marche il tartufo è una presenza costante, in grado di attraversare l’anno e le stagioni produttive. Tutte le specie di tartufo pregiato commerciabili in Italia sono infatti presenti sul territorio regionale, allo stato spontaneo e, per le specie coltivabili, anche in tartufaie artificiali. Un patrimonio che negli anni ha assunto un valore crescente non solo dal punto di vista economico, ma anche ambientale e sociale.

A due anni dalla nostra ultima analisi sull’andamento della raccolta, il quadro che emerge  all’inizio del 2026 appare articolato e fortemente condizionato dalle variabili climatiche e strutturali che interessano il settore. A fare il punto è Emiliano Pompei, vicepresidente di Confagricoltura Marche.

L’andamento della raccolta: il peso del clima

Emiliano Pompei

Come testimoniato da Pompei, l’ultima stagione del tartufo nero pregiato non è stata favorevole, almeno per quanto riguarda l’entroterra del Piceno, area storicamente vocata, ma che quest’anno ha risentito in modo evidente delle condizioni meteorologiche.

In questo contesto, assumono un ruolo centrale le iniziative di valorizzazione del prodotto, come il Tartufo Nero Festival ospitato da Roccafluvione dal 23 a 25 gennaio. Una manifestazione di giovane tradizione, nata due anni fa per raccontare il valore del tartufo nero pregiato, prodotto che ha ottenuto la certificazione di qualità nel 2019. «Si tratta di un prodotto di qualità, riconosciuto e con buoni sbocchi commerciali», osserva Pompei, evidenziando l’importanza di eventi capaci di sostenere la filiera anche in annate complesse dal punto di vista produttivo.

Nuovi mercati e concorrenza internazionale

Ma a cambiare non è soltanto l’andamento stagionale, quanto il contesto di mercato. «Oggi ci sono nuovi mercati che stanno modificando la dinamica commerciale», spiega Pompei, indicando nella Spagna uno dei principali elementi di novità.

In particolare, la regione del Teruel rappresenta un caso emblematico: «È una zona per anni poco valorizzata e dimenticata che ad oggi ha scoperto di avere terreni molto vocati. Lo Stato ha incentivato fortemente gli investimenti in tartuficoltura e molti hanno utilizzato questi contributi per impiantare nuove tartufaie che ad oggi producono tartufi neri di qualità e a prezzi molto più competitivi».

Investire in tartuficoltura: interesse alto, ma molte criticità

Nonostante le difficoltà, l’interesse verso la tartuficoltura resta elevato nella regione. «Si è appena concluso un altro bando e ora è in corso l’istruttoria: probabilmente gran parte dei progetti presentati verrà finanziata», racconta Pompei, confermando l’attenzione verso un comparto considerato strategico per le aree interne.

Accanto alle opportunità, però, emergono problemi strutturali che meritano di essere sollevati. «C’è il problema dei terreni, legato sia all’abbandono delle zone montane sia all’avanzamento del bosco in alcune aree della regione», spiega. A questo si aggiungono le difficoltà legate alla proprietà fondiaria: «Spesso si tratta di terreni ereditati da generazioni precedenti, oggi bloccati da cause di successione che ne impediscono l’uso».

Clima, insetti e costi: le (altre) nuove sfide del settore

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce il cambiamento climatico. «In Spagna hanno il problema di un insetto, la Leiodes cinnamomea, che oggi sta iniziando a fare danni anche da noi a causa dell’innalzamento delle temperature», spiega Pompei. Si tratta di un insetto che vive nel terreno, difficile da contrastare e capace di sviluppare più generazioni. «È un problema oneroso, perché intervenire è complesso e costoso».

Il tema dei costi è centrale. «Per realizzare una tartufaia servono dai 20 ai 25 mila euro, a cui vanno aggiunti circa 20 mila euro per l’acquisto del terreno. Parliamo di investimenti che iniziano a dare risultati dopo dieci anni», sottolinea Pompei. Un orizzonte temporale lungo che rende difficile, per molti operatori, sostenere ulteriori spese per la difesa o l’innovazione.

Criticità importanti dunque, che ad oggi si scontrano con il valore culturale e commerciale che il tartufo rappresenta per la Regione. Parte dell’identità di alcuni territori che si impegnano a valorizzarne il pregio – Roccafluvione ne è un esempio – ma comunque protagonista di un periodo di crisi importante che rischia di comprometterne il futuro. Senza dimenticare che la diffusione delle tartufaie contribuisce a contrastare lo spopolamento delle aree interne e a mantenere attiva la gestione del suolo in contesti spesso fragili dal punto di vista ambientale ed economico.

Un patrimonio che, oggi più che mai, richiede politiche mirate e una visione di lungo periodo, capaci di accompagnare i produttori in questa fase di cambiamento dell’intero settore.

Dati e numeri del tartufo nero marchigiano

  • Tartufai stimati: oltre 12.000
  • Superficie coltivata a tartufo: circa 2.000 ettari
  • Principali poli produttivi:
    • Sud Marche (aree interne del Piceno e alto Fermano)
    • Nord Marche (provincia di Pesaro Urbino, Val Metauro e Montefeltro)
  • Produzione comimercializzata annua: circa 50 tonnellate (dati aggiornati al 2025, in attesa del termine della raccolta attuale)
  • Quota di tartufo bianco pregiato: quasi il 50%
  • Valore commerciale stimato: oltre 6 miliardi di euro
Tags: in evidenza, tartuficultura, tartufo nero, tartufo nero festival

Suggeriti

Lotta integrata, quando i contributi hanno un prezzo (e non solo burocratico)
Agrivoltaico, nuove regole: cosa cambia per le aziende agricole marchigiane

Da leggere