Terremoto, dieci anni dopo l’agricoltura delle Marche resiste

Come le aziende agricole hanno risposto al sisma del 2016, restando prezioso presidio di un territorio fragile dove si è accelerato lo spopolamento
Economia

Sono passati dieci anni da quella notte del 24 agosto 2016 che cambiò per sempre il volto dell’Appennino centrale. Il sisma provocò 299 vittime complessive nelle aree colpite, di cui 51 nelle Marche (quasi tutti a Pescara del Tronto, frazione di Arquata del Tronto). Nella nostra regione furono 163 i Comuni che subirono danni (di cui circa la metà poi inseriti nel cosiddetto “cratere”). Il territorio regionale interessato arrivò al 65% della superficie.

È soprattutto nelle aree interne che il terremoto ha lasciato il segno più profondo. Qui abitazioni, imprese e attività agricole fanno parte di un unico sistema fragile. Tra i settori più esposti c’era l’agricoltura: stalle, fienili, depositi, abitazioni rurali e infrastrutture aziendali furono danneggiati o resi inagibili.

Un’agricoltura che ha resistito

A dieci anni di distanza, l’agricoltura del cratere non è scomparsa. Continua a vivere, certamente con difficoltà, ma anche sostenuta da importanti investimenti pubblici che in molti casi hanno avviato un processo di modernizzazione.

Certo, il terremoto ha accelerato lo spopolamento dalla montagna al mare, ma alcuni segnali positivi possono essere colti. Delle 10.633 aziende agricole nei Comuni marchigiani del cratere, 3.239 hanno beneficiato degli interventi del PSR, per 217,4 milioni di euro di risorse pubbliche erogate. La quota delle aziende beneficiarie, pari al 30%, è superiore a quella registrata nel complesso delle aree rurali regionali.

La ricostruzione non ha riguardato quindi soltanto edifici e strutture produttive. Le risorse hanno sostenuto investimenti, innovazione, insediamento dei giovani, diversificazione delle attività e rafforzamento delle filiere.

La zootecnia, il cuore della montagna

Se c’è un settore che meglio racconta la trasformazione dell’agricoltura marchigiana dopo il terremoto è la zootecnia.

Nell’Alto Maceratese, in particolare  l’allevamento rappresentava già prima del 2016 una componente fondamentale dell’economia rurale. I dati del 2010 mostrano la forte presenza di aziende zootecniche: a Visso erano 97 su 164 aziende agricole; a Ussita 22 su 31; a Pieve Torina 82 su 129; a Castelsantangelo sul Nera 18 su 32.

Numeri oggi decisamente ridotti, ma che conservano un valore che va oltre la statistica. In montagna l’allevatore non produce soltanto carne, latte o formaggi: mantiene i pascoli, cura il territorio, conserva il paesaggio e contribuisce a contrastare l’abbandono delle aree più marginali. Insomma la tradizione zootecnica è resistita, anche grazie alla presenza delle cosiddette “stalle mobili” che hanno permesso il mantenimento dei bovini e sulle quali ora vi è la richiesta di renderle permanenti e non più temporanee, consentendo alla aziende agricole di riscattarle. A Castelsantangelo sul Nera, per esempio, l’agricoltura si intreccia con produzioni di qualità e con la valorizzazione del territorio. A Visso la tradizione della norcineria continua a rappresentare un patrimonio economico e culturale, anche se le forme familiari di trasformazione sono sempre più difficili da mantenere.

Tartufi e castagne

Nelle zone di alta collina e montagna, specie nell’Ascolano, accanto ad allevamenti o colture estensive come medica o prati pascolo, la tartuficoltura e la castanicoltura rappresentavano attività capaci di generare reddito. E la risposta che hanno avuto i bandi regionali destinati a sostenere gli investimenti in queste due produzioni testimonia come vi siano operatori agricoli che vogliono restare e vogliono crescere, sfruttando le opportunità che la Regione, attraverso il Psr prima e il Complemento ora mette a disposizione.

Dalla produzione alla multifunzionalità

Di certo, per le aziende agricole delle aree interne rimaste, il futuro non si basa più oggi solo sulla vendita del prodotto primario. Cresce l’interesse per trasformazione, agriturismo, turismo rurale e valorizzazione delle produzioni locali. Il terremoto ha quindi accelerato una trasformazione già in corso: l’agricoltura deve diventare più strutturata, diversificata e capace di generare maggiore valore.

La vera sfida è il ricambio generazionale

Il problema dei prossimi dieci anni, però, non sarà soltanto completare la ricostruzione delle strutture. Nelle aree interne il rischio maggiore resta lo spopolamento. L’invecchiamento degli agricoltori, la difficoltà di trovare manodopera, la distanza dai servizi, i costi di produzione e trasporto rendono fragile soprattutto la piccola azienda familiare.

Per questo il futuro dell’agricoltura del cratere dipenderà dalla capacità di attrarre giovani e rendere economicamente sostenibile la permanenza nelle aree montane, anche individuando meccanismi di premialità per il presidio del territorio. Gli interventi pubblici hanno sostenuto nuovi insediamenti e investimenti, ma il passaggio decisivo sarà trasformare gli aiuti in aziende capaci di stare sul mercato.

Un presidio oltre l’economia

È questo il punto centrale del bilancio a dieci anni dal sisma. L’agricoltura delle Marche interne non produce soltanto reddito e alimenti. In un territorio nel quale il 42% della superficie del cratere è costituito da terreni agricoli e il 53% da boschi e ambienti seminaturali, il mantenimento delle attività rurali ha una funzione anche ambientale e paesaggistica.

Per questo la ricostruzione agricola ha un significato più ampio della semplice riparazione dei danni subiti dalle aziende. Significa mantenere una presenza economica e umana in territori già sottoposti a decenni di spopolamento.

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