Crolla la produzione del favino. Clima e cinghiali tra le cause

Proteico e fertilizzante, ma sempre meno coltivato
Economia
di Giorgia Clementi

“Vicia Faba”, così l’etimologia botanica definisce quella leguminosa che dà per frutto le specie di fava da noi conosciute. Ne esistono principalmente di due tipi: la “vicia faba maior”, che produce le piccole perle verdi protagoniste delle tavole marchigiane ogni 1° maggio, insieme a lonza e pecorino, e la “vicia faba minor”, o favino, destinata all’alimentazione del bestiame perché particolarmente ricca di proteine o al sovescio, pratica agronomica messa in atto per aumentare la fertilità del terreno attraverso la semina di determinate colture.

Le leguminose – ed il favino in particolare – hanno questa importante caratteristica: apportano grandi quantità di azoto al suolo, evitano l’erosione del terreno e impediscono la crescita di infestanti.

Proteico e fertilizzante dunque, il favino sembrerebbe avere, almeno sulla carta, tutte le caratteristiche per essere scelto dagli agricoltori, con il settore zootecnico destinatario del raccolto e suoli rigenerati dopo il ciclo di coltivazione. A confutare l’ipotetico ottimismo, ci pensa però la realtà dei fatti raccontata da dati tutt’altro che “rigogliosi”.

A livello nazionale e regionale, la coltivazione di favino ha infatti subito un drastico calo negli ultimi tre anni. In Italia si è passati dai 57.207 ettari coltivati nel 2021 ai 45.437 del 2023, con una differenza di oltre 160.000 quintali di prodotto raccolto. Ben più drastica la situazione delle Marche dove, se ci si concentra sull’andamento prevalentemente crescente degli ultimi dieci anni, quanto accaduto dal 2022 sarebbe definibile come un vero e proprio “tracollo”. Se nel 2021 infatti, era stato raggiunto il picco di 7.053 ettari coltivati, l’anno successivo se ne contano appena 1.755 e, di conseguenza, anche il favino raccolto è passato da 151.422 quintali a 42.100.

Andamento climatico e fauna selvatica i principali responsabili – “Se l’orzo è infatti un cereale rustico che si adatta ai cambiamenti climatici – affermano dal Consorzio Agrario di Ancona, che ha ammassato oltre 8 mila quintali lo scorso anno – il favino risente molto della stagione. Si trebbia i primi di giugno e se capita un maggio ricco di acqua e umidità, il prodotto cade a terra e non si raccoglie”. Proprio come lo scorso maggio quando, in poche ore, è caduto sulla regione il doppio della pioggia di maggio e giugno 2022: 192 mm a maggio e 122 a giugno come riportato dal Servizio Agrometeo Regionale.

Al tempo stesso, aggiunge Giuseppe Bambini della Società Agricola F.lli Bambini Giuseppe E Daniele di Monsano – in riferimento alla raccolta 2023, “l’andamento piovoso ha portato a tutte le leguminose, una malattia funginea chiamata fusariosi. Si tratta di un fungo favorito dall’umidità, che invade il corpo verde della pianta impedendole di produrre. Invece di 10 baccelli ne crescono al massimo 2. Per molti coltivatori sarebbe stato più conveniente non seminare affatto”.

E se le zone collinari potrebbero essere buone alleate per ridurre l’impatto dell’umidità, esse ospitano l’altro grande problema del favino: la presenza dei cinghiali. “In certe aree interne della regione ripuliscono i campi. Se una famiglia entra in un campo di favino non raccogli nulla e questo è molto deprimente per gli agricoltori che preferiscono non piantarlo al vedere i campi tutti danneggiati”. In tutto, conclude Bambini, “quest’anno ne abbiamo seminato un 30% rispetto all’anno passato”.

Di fronte ad annate sempre meno prevedibili e ad un atteggiamento generale di sfiducia che accompagna questa coltura dagli ultimi anni, in soccorso potrebbe arrivare solo la nuova Pac. “È una coltura di nicchia e per certe zone sicuramente poco adatta – concordano Sampaolesi e Bambini – ma per motivi di ricambio deve essere presa in considerazione. Anche perché per il terreno è la coltura migliore, lascia il suolo fertile e qualsiasi cosa ci semini l’anno successivo, la raccogli”.

La domanda, alla luce di ciò, diventa allora cosa sia realmente più conveniente per il coltivatore: se affidarsi a colture sicure ma poco redditizie come l’orzo ed abbandonare la rotazione, o coltivare il delicato favino correndo però il rischio, di non raccoglierne affatto.

PRODUZIONE FAVINO

In Italia nel 2023: 45.437 ettari per 879.125 quintali raccolti
Nelle Marche nel 2023: 1.755 ettari per 42.100 quintali raccolti
(8.280 i quintali raccolti dal Consorzio Agrario di Ancona)

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