Montepulciano, quando le pretese rasentano l’assurdo

Le Marche unite contro l'esclusività di cui si arroga l'Abruzzo
Attualità
di Alberto Maria Alessandrini

Sta destando senza dubbio grande attenzione la querelle fra la regione Abruzzo da un lato e buona parte delle regioni del centro/sud Italia (Marche in testa) dall’altro circa la richiesta dei primi di vietare l’uso dell’indicazione del vitigno “Montepulciano” nell’etichetta dei vini prodotti al di fuori del territorio abruzzese. Una questione, questa, scaturita in occasione dell’aggiornamento del Testo unico del Vino, in attesa di approvazione definitiva, che, per garantire una maggiore trasparenza per i consumatori, prevede la possibilità di indicare, anche se in maniera descrittiva e minimizzata, i nomi dei vitigni che compongono i vini a denominazione. Un principio tutto sommato logico, che si inserisce in un percorso di sempre maggiore chiarezza a tutela dell’informazione dell’acquirente finale.

Tale prescrizione – da qui il sorgere della contesa – sarebbe dovuta valere anche quando quei vitigni sono parte costituente del nome di una denominazione, come per il nostro Verdicchio dei Castelli di Jesi, il Cannonau di Sardegna, il Sagrantino di Montefalco e, appunto, il Montepulciano d’Abruzzo.

Il termine Montepulciano, infatti, se ad oggi da un lato individua la Doc prodotta unicamente in Abruzzo (sempre fatta salva la Docg Vino Nobile di Montepulciano in Toscana), dall’altro indica il nome di un vitigno diffuso anche in molte altre regioni (Marche, Puglia, Molise, Umbria, etc…) dove con oltre 35.000 ettari di vigna concorre alla produzione di circa 30 Doc e 2 Docg ed 88 Igt.

Ad alimentare la polemica il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo che, per ovviare al problema, chiede anche il reinserimento nel Registro Nazionale Varietà delle Viti del sinonimo “Cordisco” per il vitigno “Montepulciano”, un termine arcaico e di fatto sconosciuto al grande pubblico, chiedendone l’obbligatorietà per tutte le altre regioni. Sul piano opposto la Regione Marche e l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini.

 

Interpellato sulla questione, il presidente dell’Istituto Marchigiano Tutela Vini Michele Bernetti (nella foto) ha ribadito che “non esiste ragione di fare eccezioni, violando peraltro il principio di eguaglianza. Obiettivo primario deve essere la massima trasparenza nei confronti dei consumatori, anche e soprattutto per un vitigno, il Montepulciano, coltivato in quasi tutte le regioni italiane”.


Anche Giorgio Savini (nella foto), presidente del Consorzio Tutela Colli Piceni sottolinea il paradosso che “all’atto della descrizione dei vitigni che sono alla base dei nostri disciplinari, dove il Montepulciano può arrivare fino all’85%, dovremmo glissare come generico vitigno a bacca rossa… e soprattutto perché il nome di un vitigno non può essere considerato proprietà privata da alcuno…”

Del resto, la richiesta dei produttori marchigiani si fonda sulla necessità di avere eguaglianza nell’applicazione delle norme. Un simile problema si sarebbe potuto sollevare per l’uso del termine Verdicchio, un vitigno tipicamente marchigiano ma utilizzato in una trentina fra Docg, Doc, Igt anche fuori regione e per il quale, però, proprio in virtù di quella necessità di massima trasparenza, non sono state richieste deroghe o restrizioni nell’uso al Ministero.

La filosofia della denominazione di origine, la Doc appunto, si basa sul luogo e sulla tipicità di tale luogo per la coltivazione della vite e del vino prodotto, unito ad imprescindibili e caratterizzanti fattori umani della tradizione locale. Il vitigno è e resta una delle componenti. Il vitigno è, e resta, una delle componenti del vino, che si declina e si esprime diversamente a seconda del luogo e della orografia del territorio: basti pensare alla differenza, per esempio, di un vino prodotto da chardonnay in Friuli piuttosto che in Puglia o sulle pendici dell’Etna: stesso vitigno, ma differente risultato per la soddisfazione del produttore e la gioia del consumatore, debitamente informato in etichetta, con chiarezza e senza monopoli esclusivi sul nome di un vitigno che viene, appunto, coltivato con successo in numerose regioni d’Italia e non solo.

Al fianco dei produttori marchigiani anche l’assessore all’agricoltura Andrea Maria Antonini (nella foto) che, dopo averne discusso nel “Tavolo Vitivinicolo Regionale” lo scorso 30 agosto ha sollevato la questione in sede di Commissione Nazionale Politiche Agricole, alla presenza del Ministro Dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare, chiedendo che il Ministero si confronti presto con le Regioni sul decreto etichettatura al fine di scongiurare qualsiasi eventuale fuga in avanti da parte di singoli consorzi regionali che potrebbero avere il risultato di creare delle inutili frizioni tra regioni. “Il decreto etichettatura – afferma l’assessore – ha, tra gli obiettivi primari, quello di dare la giusta informazione al consumatore. Scrivere sull’etichetta un sinonimo sconosciuto di un vitigno non è un servizio trasparente a favore del consumatore”

Tags: Andrea Maria Antonini, Consorzio Vini Piceni, Giorgio Savini, Imt, in evidenza, Michele Bernetti, Montepulciano

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