Taglio all’Irpef agricola? Il coraggio è ben altra cosa

Le difficoltà del settore restano ancora in buona parte irrisolte
Politica
di Alberto Maria Alessandrini

È stata approvato nella serata di ieri il tanto discusso emendamento del governo sul taglio dell’Irpef agricola. Tale esenzione avrà, però, una durata di soli due anni durante i quali saranno esonerati dal versamento i redditi agrari e dominicali fino a 10.000 euro. Contemporaneamente viene anche ridotto del 50% l’importo da pagare per quelli tra i 10.000 e i 15.000 euro.

Tale modifica al decreto Milleproroghe, presentata dal governo anche a seguito delle proteste di questi giorni, è stata approvata dalle commissioni Bilancio e Affari costituzionali è si avvia dunque alla definitiva adozione con il voto finale delle camere. È opportuno ricordare che l’esenzione era già in vigore dal 2017, anno in cui fu introdotta dal governo Renzi e poi riconfermata dagli esecutivi che si sono succeduti negli anni fino al 2023.

Ma, in sostanza, quali sono i reali benefici di tale esenzione? Ovviamente la risposta varia in base alla tipologia di azienda, alla sua estensione ad alla contemporanea presenza di eventuali altri redditi dell’imprenditore. Gli agricoltori, infatti, pagano le imposte dirette sui redditi catastali dei terreni e non sui redditi effettivi. I redditi dei terreni si dividono poi tra:
il reddito dominicale: basato sulle tariffe d’estimo, stabilite dalla legge catastale in base alla qualità e alla classe del terreno (art. 28 del Tuir);
il reddito agrario: costituito dalla parte del reddito medio ordinario dei terreni imputabile al capitale d’esercizio e al lavoro di organizzazione impiegati (art. 32 del Tuir).

A tale reddito, generato in estrema sintesi dalla somma dei valori rivalutati (agrario + domenicale) di ogni singolo ettaro di terra coltivato, andranno poi detratti una serie di elementi,  quali i contributi previdenziali che l’imprenditore agricolo od il coltivatore diretto versa (mediamente 5.000 euro all’anno), eventuali coniugi a carico, detrazioni sanitarie, per ristrutturazioni, etc.. Tutto ciò si traduce in un’ampia platea di soggetti che, esenzione o meno, sarebbero già di fatto esonerati dal versare alcunché proprio perché molto spesso il valore delle varie detrazioni supera l’imponibile sul quale calcolare eventuali tasse.

La situazione cambia, invece, per le aziende più grandi con superfici importanti o per chi all’attività agricola affianca altre forme di reddito (entrate derivanti da attività connesse, immobili in locazione, redditi extra agricoli, etc). Qui, la soglia di 10.000 euro può rappresentare un piccolo aiuto all’imprenditore. Quando si è in presenza di centinaia di ettari di terra, ad esempio, ovviamente la base imponibile cresce proporzionalmente e di pari passo anche il tributo da versare.

Discorso simile per quei casi in cui l’imprenditore agricolo percepisce anche redditi generati da immobili in affitto, frutto di un’attività agrituristica o provenienti da altre voci. In tutti questi casi le detrazioni si andranno applicare su una base imponibile generale più ampia formatasi dalla contemporanea presenza di più fonti di reddito ed andando così a causare un esborso fiscale superiore (in presenza di esenzione le detrazioni potranno, invece, interamente applicarsi ai redditi extra agricoli).

Ovviamente ogni situazione è a sé stante, ma partendo dalla considerazione generale che l’azienda agricola media italiana ha una S.A.U. di circa 11 ettari, è intuibile come la maggioranza dei nostri I.a.p. e coltivatori diretti comunque non avrebbe pagato alcuna Irpef o avrebbe versato cifre modeste (da ricordare che in ogni caso l’aliquota da applicare sarebbe quella de 23% per i redditi fino a 28.000 euro). Ovviamente anche piccole somme, in tempi di seria difficoltà come quelli attuali, diventano importanti per un agricoltore, ma le reali e macroscopiche difficoltà del settore restano in buona parte ancora irrisolte…

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Tags: in evidenza, Irpef

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