Il Verdicchio cambia pelle: “Ora serve uno sforzo condiviso”

La DOCG Riserva evolve in "Castelli di Jesi" per valorizzareil territorio. Federico Castellucci: "Sfida ambiziosa, anche se ci vuole sforzo per comunicare questo grande vino"
Attualità
di Raffaello De Crescenzo

Il Verdicchio cambia pelle. Non tanto nel bicchiere e nemmeno nella sua anima più profonda, quanto nel modo in cui si presenterà al mondo. Il vertice qualitativo della denominazione dei Castelli di Jesi si prepara, infatti, a una svolta destinata a segnare un nuovo capitolo nella storia di uno dei vini più rappresentativi delle Marche: la possibilità di abbandonare, nelle versioni più importanti, il riferimento diretto al nome del vitigno, per valorizzare maggiormente quello del territorio.

Il percorso riguarda il vertice della piramide qualitativa, con l’evoluzione della Denominazione da “Verdicchio dei Castelli di Jesi DOCG Riserva” a “Castelli di Jesi”, lasciando comunque al produttore la facoltà di indicare il nome Verdicchio. Una scelta che nasce da una riflessione strategica: il vitigno, ormai conosciuto e coltivato in diverse aree, non rappresenta più da solo un elemento esclusivo di identificazione. La sfida, quindi, diventa quella di spostare il baricentro comunicativo dal vitigno al luogo, come già avvenuto con Matelica pochissimi anni fa.

Una trasformazione che non cancella il Verdicchio, ma prova a portarlo in una dimensione più ampia: quella dei grandi vini territoriali, dove il nome della zona diventa il principale ambasciatore di storia, cultura e paesaggio.

Federico Castellucci

Federico Castellucci, figura di riferimento del mondo vitivinicolo marchigiano e internazionale, nonché presidente di Confagricoltura Marche, invita però a guardare al cambiamento con equilibrio: “È uscito il discorso Castelli di Jesi che lascia la facoltà di riportare il nome ‘Verdicchio’. Da Verdicchio dei Castelli di Jesi DOCG Riserva, si passa a Castelli di Jesi, omettendo il nome del vitigno, dato che la sua coltivazione può avvenire ovunque”.

Il ragionamento parte da una constatazione concreta: oggi il Verdicchio è un patrimonio riconosciuto, ma il suo nome, essendo legato a un vitigno, non può essere considerato un’esclusiva territoriale assoluta. “Da una parte è giusto lanciare il territorio, lasciando la facoltà di indicare il vitigno – spiega ancora Castellucci -.  L’innovazione è una cosa positiva, anche se ci vuole sforzo per comunicare questo grande vino”.

Ed è proprio sulla comunicazione che si giocherà la partita più importante. Un cambio di denominazione, infatti, non è soltanto un atto burocratico, ma una vera operazione di posizionamento. Se il mondo del vino internazionale ha costruito il proprio prestigio su denominazioni capaci di evocare immediatamente luoghi e identità – dalla Borgogna alla Champagne – anche Le Marche potrebbero provare a seguire questa strada.

La parola chiave sarà quindi “territorio”; ma un territorio, per diventare un marchio riconoscibile, deve essere raccontato… E qui emerge la domanda centrale: “Abbiamo il coraggio e la forza economica di trasmettere il concetto di Castelli di Jesi, non solo come vino, ma come storia, prodotti e arte?” Una provocazione che apre ad una riflessione più ampia sul futuro dell’enologia marchigiana, perché il vino può essere il primo biglietto da visita di un sistema territoriale più ampio, in grado di coinvolgere turismo, gastronomia, artigianato, cultura e paesaggio.

“Castelli di Jesi dovrebbe essere il traino di una marcia efficiente – continua Castellucci -. Questa è una buona iniziativa, ma richiede soldi, idee e buoni comunicatori”.

La sfida, quindi, sarà collettiva. Non basterà cambiare un’etichetta: servirà costruire una narrazione condivisa, capace di arrivare ai consumatori italiani e soprattutto ai mercati esteri, dove il valore percepito nasce spesso dalla capacità di un territorio di distinguersi.

All’interno di questo percorso si inserisce anche un altro tema destinato a far discutere: quello della qualità attraverso la gestione delle rese. “Quello che forse rilanceremo sarà una resa per ettaro massimo di 110 quintali per ettaro, invece dei vecchi 140, per il Verdicchio base. Anche il prezzo dell’uva va rivisto, proprio in funzione della riduzione delle rese stesse”, chiosa ancora Castellucci, che sottolinea l’importanza di un approccio che vuole rafforzare il valore della produzione, aumentando concentrazione e identità del prodotto. Una strada che molti territori vitivinicoli hanno già intrapreso: meno quantità, maggiore riconoscibilità.

Resta inoltre uno spazio importante per l’IGT Marche, denominazione che continua a offrire flessibilità sia sulle rese, sia sui vitigni coinvolti. Un elemento che può rappresentare un’opportunità per sperimentazione e innovazione, senza entrare in conflitto con la valorizzazione delle denominazioni storiche.

Il futuro del Verdicchio, dunque, potrebbe chiamarsi Castelli di Jesi, ma il successo di questa evoluzione dipenderà dalla capacità di trasformare un nome in un racconto, una denominazione in un’identità, un vino in un ambasciatore delle Marche.
“Servirà uno sforzo collettivo per lanciare l’immagine dei Castelli di Jesi e, quindi, una parte importante della nostra regione – conclude Castellucci – così venderemo anche il territorio, l’artigianato e altri prodotti, dato che il vino agisce da apripista con cui valorizzare un lavoro collettivo”. Una sfida ambiziosa. Ma anche una delle poche strade possibili per portare il Verdicchio – o meglio, i Castelli di Jesi – verso una nuova maturità internazionale.

Tags: Castellucci, in evidenza, Verdicchio

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