Le capre del Conero, una cartolina che nasconde un paradosso

Sono diventate un’attrazione per escursionisti e turisti, ma il pascolo incontrollato può minacciare flora ed equilibrio dell’ecosistema. Sollevando interrogativi sulla coerenza della tutela del Parco
Attualità
di Alberto Maria Alessandrini

Ormai da qualche anno, chi percorre i sentieri del Monte Conero o osserva la costa dal mare, in particolare nei pressi della celebre Spiaggia dei Gabbiani, si imbatte in un avvistamento singolare: un gregge di capre domestiche che si arrampica agile e disinvolto lungo la falesia a picco sul mare. Originate, con ogni probabilità, da un nucleo di animali fuggiti da qualche privato, queste capre si sono perfettamente adattate al territorio, moltiplicandosi di anno in anno (quasi una ventina quelle presenti secondo i frequentatori del luogo).

Una vera e propria attrazione turistica, ritratte negli scatti degli escursionisti e celebrate sui social come simbolo di una natura «selvaggia e incontaminata». Ma dietro la facciata idilliaca e simpatica di questa cartolina promozionale si nasconde un paradosso gestionale che mette a nudo alcuni limiti e certe contraddizioni delle amministrazioni ambientali italiane.

Le caprette del Conero

L’importanza della tutela del Parco del Conero è divenuta ormai un fatto certo, condiviso ma anche indiscutibile. Qualsiasi cittadino, agricoltore, imprenditore o operatore turistico della zona sa bene quanto sia complesso e rigoroso interfacciarsi con i vincoli dell’Ente Parco. Ogni intervento, edilizio, infrastrutturale o legato alle attività agricole del territorio, è sottoposto a maglie burocratiche strettissime.

Emblematico è il caso recente delle numerose prescrizioni imposte alla realizzazione del nuovo campeggio di Portonovo: vincoli stringenti volti a tutelare fino all’ultimo esemplare di coleottero e a preservare ogni singola specie animale e vegetale autoctona presente nell’area. Un rigore che, in linea di principio, sarebbe la missione statutaria di un’area protetta (se pur da contemperare con gli altri mille interessi in gioco).

La domanda però sorge spontanea: perché lo stesso rigore applicato al lavoro umano, agricolo, turistico o domestico non si applica di fronte ad un fenomeno (come quello delle “caprette del Conero”) di palese alterazione ecologica?

Sanno muoversi con grande disinvoltura

La capra (Capra hircus) è un animale domestico, non un elemento naturale della fauna selvatica del luogo. E, soprattutto, è un erbivoro estremamente vorace e generalista. Capace di muoversi su pendenze e scogli che nessun altro animale da pascolo raggiungerebbe, la capra consuma indiscriminatamente arbusti, macchia mediterranea e piante endemiche rarissime che popolano le pareti rocciose. Lasciare che un gruppo in costante crescita numerica pascoli liberamente sulla falesia significa esporre la flora nativa dell’area (pe proteggere la quale lo stesso Parco è nato a una pressione devastante, oltre a favorire fenomeni di erosione del suolo roccioso dovuti al calpestìo continuo.

Anche in relazione alla questione lupi, che a detta di alcuni andrebbero tollerati per la loro capacità di regolare i cinghiali, la presenza di prede più “facili” ne renderebbe vano il ruolo. Fra una capretta di qualche chilo ed un verro di oltre un quintale è facile intuire su quale animale ricada la scelta di un predatore intelligente ed opportunista come il lupo.

Ignorare l’impatto di un pascolo incontrollato sulla vegetazione mentre si impongono regole sempre più stringenti sulle attività economiche locali per salvaguardare gli insetti del sottobosco evidenzia un cortocircuito logico: l’ambiente si tutela a 360 gradi o soltanto quando c’è da regolare l’iniziativa privata?

Un’area protetta non può permettersi il lusso di gestire la biodiversità «a fasi alterne», chiudendo un occhio di fronte alle specie non autoctone o estranee all’ecosistema solo perché riscuotono la simpatia dei bagnanti e dei fotografi di passaggio.

Se la tutela dell’ecosistema del Conero è davvero la priorità assoluta dell’Ente Parco, la presenza di questo nucleo caprino sulla falesia non può più essere accettata passivamente. Senza ricorrere a soluzioni estreme se non necessarie, esistono protocolli di cattura, messa in sicurezza e delocalizzazione presso allevamenti o strutture adeguate.

La medesima determinazione ed efficacia impiegate nel regolamentare l’operato di agricoltori e imprese private, logica vorrebbe, dovrebbe essere applicata anche nella gestione della fauna aliena al territorio. La coerenza della tutela ambientale si misura sui fatti, non sulla tolleranza verso una cartolina simpatica ma ecologicamente insostenibile.

Tags: capre, in evidenza, Parco Conero

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