Lupi urbani nelle Marche: l’ ipocrisia e la doppia morale

Da allarme silenzioso ad emergenza sociale. Con una brusca frenata degli "animalisti da tastiera" quando ad essere sbranato non è la pecora da montagna, ma il cagnolino da salotto
Attualità
di Alberto Maria Alessandrini

La presenza del lupo (Canis lupus italicus) sul territorio marchigiano è un fatto assodato e, negli ultimi anni, in costante crescita. Fino a un decennio fa, gli attacchi e le predazioni erano una preoccupazione quasi esclusiva degli allevatori e degli agricoltori delle aree interne, costretti a sopportare perdite economiche significative. Era un problema “loro”, relegato alle campagne e spesso liquidato con soluzioni teoriche da parte di chi viveva in città ed un lupo lo aveva visto solo in qualche documentario. Oggi, però, la narrazione è cambiata radicalmente. Il lupo non è più solo un predatore di pecore o vitelli. Stiamo infatti assistendo a un progressivo avvicinamento agli insediamenti umani, con avvistamenti sempre più frequenti in aree abitate e persino all’interno di paese e città.

Questo cambiamento di scenario ha innescato una vera e propria emergenza sociale, già prevedibile da tempo se solo si fossero colti i segnali, che ha svelato al contempo una stridente doppia morale da parte dell’opinione pubblica.

Sebbene i dati precisi sulla popolazione di lupi siano estremamente dinamici, è indubbio che la loro presenza sia ormai diffusa in tutte le aree delle Marche, dall’entroterra alla costa, dal parco dei Sibillini al monte Conero. I numeri parlano chiaro: la Regione ha pagato quasi 760.000 euro di indennizzi tra il 2017 e il 2024 solo per attacchi al bestiame (cifra, comunque, tutt’altro che veritiera dato l’alto tasso di attacchi non denunciati). Tuttavia, la vera svolta mediatica e sociale è arrivata quando la predazione si è spostata dalla stalla al giardino di casa.

Un allarme che è diventato virale e non più “di settore” nel momento in cui ad essere colpiti sono stati gli animali d’affezione. Negli ultimi mesi, le cronache locali hanno raccontato episodi che hanno scosso l’opinione pubblica per la loro vicinanza all’uomo:

· Jesi: In zona di Piandelmedico, un labrador è stato sbranato a pochi metri dal recinto di casa dopo essere sfuggito per un attimo al controllo del padrone.

· San Benedetto del Tronto: Nella zona della Riserva Sentina, i residenti hanno denunciato la perdita di un piccolo Jack Russell, aggredito e trascinato via dalla vegetazione in tarda sera mentre era a passeggio con i padroni

· Arcevia: Altri episodi hanno visto l’aggressione di un cucciolo di meticcio da parte di un branco di lupi davanti alla soglia di casa salvato dall’intervento dei padroni.

· Cerreto: Un cane è stato portato via dal giardino di casa in pieno giorno a pochissimi metri dal portone.

Una ampia serie di attacchi in aree che solo fino a poco tempo fa erano percepite come sicure (giardini, sentieri urbani, periferie) e spesso in presenza dei padroni. Circostanze che hanno trasformato la paura da un’astrazione rurale a una minaccia domestica e reale.

Del resto quando il lupo sbranava le pecore, si gridava all’ecologia. Ora che porta via il cane in giardino, si grida all’emergenza. Una evidente ipocrisia che ha portato un unico effetto collaterale: il progressivo crollo degli “Animalisti da Tastiera”. Questo brusco contatto con la realtà sta facendo ridimensionare il muro di protezione verso certi animali di certi attivisti che, spesso comodamente seduti dietro uno schermo, pontificano sull’importanza della natura e della coesistenza, minimizzando i danni subiti dagli agricoltori.

Finché il problema era astratto e riguardava solo le “tradizionali” prede di montagna, la retorica ambientalista imperava. Oggi, che il diritto di esistere del lupo si scontra con la sicurezza del proprio animale domestico in giardino o con la paura di far uscire i bambini in alcune zone, l’approccio è radicalmente cambiato. La paura è un potente equalizzatore sociale. Non è più una lotta tra categorie (ambientalisti vs. agricoltori), ma un problema che tocca la sicurezza urbana e la serenità della vita quotidiana.

La lezione che emerge è ormai chiara: il problema della gestione dei grandi predatori è reale e non può essere affrontato con ideologie estreme. È urgente che le istituzioni trovino un equilibrio pratico tra la sacrosanta conservazione della specie e la tutela delle attività umane e della sicurezza dei cittadini, prima che il dibattito si polarizzi ulteriormente in soluzioni drastiche e inutilmente cruente. Una presa d’atto di una coesistenza difficile che non si è voluta gestire quando era ancora possibile.

 

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