La canapa industriale potrebbe rappresentare una risorsa importante per l’agricoltura e per l’industria manifatturiera, soprattutto in una fase in cui la ricerca di materie prime naturali e sostenibili sta aprendo nuove opportunità per il settore tessile. Eppure, nonostante l’interesse del mercato e la disponibilità di diversi operatori a investire, la costruzione di una filiera nazionale procede ancora a rilento. Il problema non è soltanto produttivo, ma riguarda soprattutto l’organizzazione della trasformazione e il collegamento tra chi coltiva la materia prima e chi è disposto a lavorarla.
È questo uno degli aspetti emersi durante il convegno “Canapa industriale: la filiera strategica del tessile sostenibile”, organizzato ad Ecomondo, a Rimini, con la partecipazione di rappresentanti del mondo agricolo, della ricerca e dell’industria. Tra gli interventi anche quello di Antonio Trionfi Honorati, presidente di Confagricoltura Ancona e tra i pionieri della coltivazione della canapa in Italia, che ha presentato una soluzione tecnologica sviluppata proprio per cercare di superare alcune delle principali difficoltà del comparto.
Il paradosso di una filiera in cui nessuno fa il primo passo
La situazione attuale presenta un apparente paradosso, spiega Trionfi Honorati: gli agricoltori sono interessati a coltivare canapa, gli imprenditori valutano la possibilità di realizzare impianti di trasformazione e il mercato internazionale manifesta attenzione verso i filati di qualità ottenuti dalle fibre naturali. Eppure, questi tre elementi non riescono ancora a incontrarsi in un progetto industriale strutturato.
«Il mercato è pronto e attende gli imprenditori, gli imprenditori attendono gli agricoltori che attendono gli imprenditori, ma nessuno fa il primo passo», osserva, descrivendo una situazione che rischia di mantenere il settore in una condizione di sostanziale immobilità. Da una parte, infatti, chi vorrebbe investire nella coltivazione ha bisogno di certezze sulla possibilità di conferire e vendere il raccolto; dall’altra, chi intende realizzare un impianto deve poter contare su quantitativi sufficienti di materia prima per rendere sostenibile l’investimento.
Un nodo che riguarda soprattutto le dimensioni e i costi delle strutture di lavorazione. «I grandi impianti per trattare la canapa sono investimenti molto costosi. La maggior parte sono grandi, hanno bisogno di molta materia prima per funzionare e costano 4-5 milioni di euro». Si tratta di strutture che richiedono superfici agricole estese e una programmazione della produzione in grado di assicurare continuità nei conferimenti.
A questo si aggiunge la questione logistica. La conformazione geografica italiana, con territori agricoli distribuiti lungo una penisola caratterizzata da collegamenti non sempre agevoli, rende particolarmente oneroso il trasporto della materia prima verso pochi centri di trasformazione. «Il trasporto si prende la metà del guadagno», sottolinea Trionfi Honorati, evidenziando quanto questa voce possa incidere sulla redditività complessiva della coltivazione.
Un impianto mobile per avvicinare la lavorazione ai campi
È proprio dalla necessità di superare queste difficoltà che nasce il progetto presentato ad Ecomondo da Trionfi Honorati. L’idea è quella di rendere la trasformazione più accessibile attraverso un macchinario mobile, trasportabile direttamente nelle aree di coltivazione o comunque nei luoghi in cui viene raccolta e lavorata la canapa.
«Il motivo principale per il quale mi sono inventato questo impianto è trovare una soluzione che possa aiutare a smuovere la filiera», spiega. La differenza rispetto alle grandi strutture industriali riguarda innanzitutto l’investimento necessario: il costo del macchinario si aggira tra i 50 e i 60 mila euro, una cifra che potrebbe essere sostenuta anche da un piccolo gruppo di imprenditori o da un consorzio di produttori.
Un modello che permetterebbe di iniziare senza dover disporre immediatamente di grandi quantitativi di materia prima e senza affrontare investimenti milionari. La possibilità di effettuare la lavorazione vicino ai campi ridurrebbe inoltre gli spostamenti e i relativi costi, lasciando una quota maggiore del valore economico all’interno della filiera. «Essendo di un costo più contenuto, non hai il peso di dover lavorare enormi quantitativi di canapa per ammortizzare l’investimento, soprattutto all’inizio. Riesci a partire con più serenità e poi magari fare investimenti più grandi in futuro. È un sistema che permette almeno di cominciare».
Dal punto di vista tecnico, il macchinario interviene sulla struttura del fusto, separando la fibra dalla componente legnosa, chiamata canapulo. «L’impianto rompe la parte legnosa e la divide dalla fibra. I vecchi impianti avevano anche venti coppie di rulli per fare questo lavoro. Il nostro ne ha cinque e la canapa al suo interno va avanti e indietro per quattro volte». Il principio di lavorazione rimane quindi quello della separazione meccanica delle due componenti, ma attraverso una struttura più compatta, lunga circa tre metri, e più semplice da movimentare.
La valorizzazione riguarda entrambe le componenti ottenute dalla lavorazione: la fibra, destinata anche alle applicazioni tessili, e il canapulo, che trova impiego in diversi ambiti, tra cui quello edilizio.
Una coltura interessante anche per le rotazioni agricole

Le potenzialità della canapa, tuttavia, non si esauriscono nella produzione di fibre tessili. La pianta presenta caratteristiche agronomiche che la rendono interessante anche per le aziende agricole, soprattutto in relazione alla necessità di diversificare le colture e individuare alternative più adatte alle nuove condizioni climatiche.
Tra le possibilità c’è il suo inserimento nelle rotazioni con il grano, con effetti positivi sulla gestione e sulla qualità del terreno. La canapa, inoltre, è una coltura che si presta alla gestione biologica, grazie alla limitata incidenza degli attacchi parassitari, e presenta esigenze idriche contenute. «Non ha bisogno di irrigazione e richiede pochissima acqua. Ha tutta una serie di vantaggi che vanno incontro anche alle problematiche delle colture di rinnovo, sempre più evidenti a causa della siccità e del cambiamento climatico», spiega Trionfi Honorati.
Si tratta di caratteristiche che potrebbero contribuire a restituire interesse agricolo a una coltura storicamente presente anche nelle Marche e in altre aree del Paese, ma che necessita oggi di essere inserita in un sistema produttivo capace di valorizzarne tutte le componenti.
Un ulteriore elemento di prospettiva riguarda la possibilità di utilizzare l’impianto anche per la lavorazione di altre fibre vegetali. Tra queste, l’ortica, che negli ultimi tempi sta attirando l’attenzione degli operatori interessati allo sviluppo di nuovi materiali naturali per il comparto tessile.
Formazione e informazione per superare gli ostacoli del passato
Accanto alle questioni tecnologiche ed economiche, resta però da affrontare un problema più ampio, legato alla conoscenza della coltura e delle sue applicazioni. Secondo Trionfi Honorati, prima del 2016 si era registrata una fase di forte crescita dell’interesse verso la canapa, in particolare per le sue applicazioni agroalimentari. Successivamente, la diffusione della narrazione legata alla cannabis light avrebbe contribuito a riportare il dibattito pubblico soprattutto sugli aspetti connessi agli stupefacenti, penalizzando anche le potenzialità della canapa industriale.
«Tutta la narrazione sulla canapa light ha fatto regredire il settore di vent’anni. La canapa è tornata a essere raccontata come una droga, con tutti i blocchi che ne sono conseguiti. Sono stati fatti molti passi indietro e ora stiamo cercando di ripartire, riportando l’attenzione sulle sue potenzialità in ambito agroindustriale, edilizio e nel mercato della sostenibilità».
Per recuperare terreno servono quindi anche occasioni di formazione e informazione rivolte agli agricoltori e agli imprenditori interessati. Attualmente, gli appuntamenti di approfondimento sono ancora sporadici e spesso organizzati da operatori privati in occasione di manifestazioni di settore. Un impegno che potrebbe essere rafforzato anche attraverso un maggiore coinvolgimento delle istituzioni regionali, favorendo la diffusione delle conoscenze e la costruzione di nuove collaborazioni tra i diversi soggetti della filiera.
La sfida, dunque, non riguarda soltanto la disponibilità di nuove tecnologie o la capacità di intercettare un mercato interessato alle fibre naturali. Occorre creare le condizioni affinché agricoltura e industria possano tornare a dialogare, costruendo accordi e investimenti sostenibili anche su scala locale. Perché la canapa possa tornare a essere una risorsa produttiva, il primo passo sarà proprio quello di trasformare un interesse diffuso in una filiera concreta, organizzata e capace di generare valore lungo tutta la catena produttiva.








