Per Covalm, cooperativa marchigiana nata nel 2004 e oggi tra le realtà di riferimento della filiera orticola nazionale, la campagna 2026 conferma un quadro sempre più disomogeneo. La cooperativa riunisce 800 soci, di cui 600 nelle Marche, lavora ogni anno circa 50mila tonnellate di prodotto fresco e ne trasforma 40mila in surgelato. Con gli stabilimenti di Rotella e Senigallia, nel 2025 ha realizzato un fatturato di 58 milioni di euro. È il principale produttore italiano di piselli surgelati ed è tra i principali operatori anche nei fagiolini e negli spinaci.

Sul piano produttivo, l’amministratore delegato Pino De Luca sintetizza così l’andamento della stagione: «Discreta ma non del tutto soddisfacente. Il 2026 – spiega – si sta chiudendo con risultati differenziati tra colture che hanno centrato gli obiettivi che si siamo prefissati e altre che non hanno garantito né redditività agli agricoltori, né quantità e nemmeno in certi casi la qualità sufficiente per la trasformazione industriale».
Per De Luca, il punto non è soltanto l’alternanza stagionale, fisiologica in agricoltura, ma l’ampliarsi delle oscillazioni. «Se in passato gli scostamenti restavano più contenuti, oggi una campagna negativa può tradursi in cali del 30% o del 40%, con effetti immediati sulla tenuta economica della filiera».

La campagna dei piselli è stata il segmento più favorevole dell’annata. Fino alla raccolta di questa coltura, Covalm ha raggiunto gli obiettivi sia in quantità sia in qualità, recuperando rispetto al 2025, quando il comparto aveva registrato una flessione del 30%.

Più complesso il quadro delle colture estive. Dopo la chiusura dei piselli, siccità e alte temperature hanno colpito fagiolini, basilico, prezzemolo e cipolle. Il caso più critico è quello dei fagiolini. «L’anno scorso è stato molto positivo, quest’anno invece la campagna è stata un disastro – afferma De Luca -. Le rese risultano inferiori di circa il 40% rispetto all’anno precedente, con un impatto sia sui volumi sia sulla qualità del prodotto».
Non tutte le colture, però, hanno reagito allo stesso modo. La bieta ha tenuto meglio, così come patate e carote, che hanno mostrato una maggiore resilienza rispetto ad altre produzioni estive. Resta però una crescente imprevedibilità, con colture che superano le attese e altre che scendono sotto una soglia economicamente sostenibile.

Su questo scenario si inserisce la lettura della presidente Francesca Colonnelli, che sposta il focus dal dato agricolo alla struttura economica del settore. «Il nodo – osserva – è l’allargamento del divario tra costi di produzione e valore riconosciuto al prodotto. Aumentano energia, gasolio, irrigazione, mezzi tecnici e oneri di gestione, mentre i prezzi all’origine cambiano poco o restano fermi. È questo squilibrio a comprimere i margini delle imprese e a rendere insufficiente qualsiasi intervento occasionale».
Per Colonnelli, il tema non può più essere affrontato con misure tampone. «Serve una politica agricola seria, capace di intervenire sulle questioni di fondo e non soltanto sugli effetti delle emergenze». Tra i punti più critici la presidente richiama il peso dei costi irrigui e degli aumenti legati al sistema di bonifica nelle Marche, in un contesto in cui le aziende agricole devono già assorbire un incremento generalizzato dei fattori produttivi.
La presidente insiste sulla necessità di una linea pubblica coerente con il peso strategico attribuito all’agricoltura. «Il settore viene definito centrale per l’economia e per la società, ma troppo spesso a questa centralità non corrispondono strumenti adeguati. Se l’agricoltura è davvero strategica, allora servono priorità chiare e interventi strutturali».

Da qui la richiesta di un piano agricolo nazionale di medio-lungo periodo. Secondo Colonnelli «competitività, acqua, approvvigionamento energetico, organizzazione delle filiere, semplificazione burocratica e stabilità dei redditi devono essere affrontati in modo integrato. Interventi limitati su singole voci di costo possono essere utili, ma non modificano le cause profonde della perdita di marginalità».
C’è poi il tema della rappresentanza. Il sistema agricolo italiano, osserva la presidente, continua a scontare una frammentazione che indebolisce il comparto nel confronto con le istituzioni e nelle scelte di politica economica. In questo quadro, il modello cooperativo resta un fattore di stabilizzazione.
Per Covalm, infatti, l’organizzazione di filiera continua a essere uno strumento essenziale di tenuta economica. La cooperativa garantisce agli agricoltori il ritiro del prodotto e un quadro di riferimento sul prezzo, elementi che consentono di programmare con maggiore precisione piani colturali, investimenti e scelte produttive. In un mercato segnato da volatilità e bassa remunerazione, la programmazione resta uno dei pochi strumenti concreti di difesa della sostenibilità aziendale.

Sul fronte industriale, Covalm prosegue intanto gli investimenti in efficienza e sostenibilità. Negli stabilimenti di Rotella e Senigallia sono presenti impianti di cogenerazione e pannelli fotovoltaici. A Senigallia è inoltre in corso la realizzazione di una nuova cella automatizzata per lo stoccaggio del surgelato, con una capacità di circa 20mila posti pallet. L’intervento punta a ridurre il ricorso a magazzini esterni e i trasferimenti su gomma, con benefici logistici ed energetici.
Resta aperto anche il capitolo dell’innovazione varietale. Covalm guarda con interesse alle sperimentazioni su piantine più resistenti al caldo e alla siccità, ma senza sovrastimare le soluzioni oggi disponibili. De Luca sottolinea che «alcune prove stanno dando indicazioni positive, ma non hanno ancora una scala tale da garantire continuità di volumi a un operatore che deve servire in modo regolare il mercato del fresco e quello del surgelato».
Il quadro, nel complesso, è quello di una filiera che deve gestire insieme adattamento produttivo e sostenibilità economica. Da un lato c’è la necessità di rispondere a campagne sempre più discontinue; dall’altro, conclude Colonnelli «resta aperta una questione di politica industriale per l’agroalimentare: se non si interviene in modo strutturale su costi e redditività, il rischio è lasciare interamente sulle imprese il peso delle crisi climatiche, energetiche e di mercato».









