Il tartufo è una delle filiere a più alto valore aggiunto dell’agroalimentare italiano, con una domanda che cresce al ritmo del 7,4% l’anno. Eppure, davanti a un mercato in piena espansione, il comparto – in Italia come nelle Marche – non sta offrendo le risposte di cui avrebbe bisogno.
I cambiamenti climatici comprimono rese e redditività delle tartufaie e spostano in avanti di circa un mese la raccolta, mentre metodi di coltivazione e calendari delle fiere restano immutati. Il risultato è concreto: nel 2024 il commercio internazionale di tartufi freschi è calato dell’11,3%. Secondo gli esperti, chi acquista cerca fornitori più stabili e, di conseguenza, si orienta sempre più verso prodotti trasformati e conservati.
Il bosco lasciato a sé stesso rischia di non essere più una risorsa
«La stagione ogni anno slitta in avanti, la siccità riduce la produzione, ma il peggio è che il bosco lasciato a sé stesso rischia di non essere più una risorsa», sintetizza Giancarlo Marini, imprenditore di seconda generazione ad Acqualagna ed ex vicepresidente nazionale dell’associazione commercianti tartufi. Un problema insieme ambientale ed economico: il mercato chiede, ma «il rischio per le Marche è restare senza prodotto».
Il quadro cambia a seconda delle specie. Per il tartufo nero pregiato una quota crescente arriva ormai da tartufaie coltivate o controllate, spesso private, dove si applicano tecniche specializzate capaci di mitigare gli effetti della siccità estiva. Per il tartufo bianco, invece, quasi tutto proviene ancora da ambienti naturali, spesso abbandonati a sé stessi: il rischio è che diventi un prodotto in via d’estinzione.
Gestire il bosco, non solo raccoglierlo
«Ciò che nasce spontaneamente, nel breve tempo di qualche anno, in mancanza di una corretta gestione ambientale scompare», avverte Emidio Angelozzi, oltre 60 ettari di tartufaie a Roccafluvione e una famiglia nota nel mondo per il suo metodo di coltivazione. «Bisogna prenderli in gestione, creare invasi d’acqua, irrigare quando serve. Incentivare la coltivazione privata ma anche pubblica, piantando essenze tartufigene anche nei terreni demaniali oggi improduttivi».
Marini e Angelozzi concordano anche sulla necessità di regolare meglio la raccolta: ripensare il sistema dei tesserini, innalzare le quote, distinguere i professionisti – autorizzati su scala nazionale – dagli amatori, limitati a un’area vicina alla residenza, e introdurre un limite quantitativo. A questo si aggiunge il nodo del prodotto estero, per cui serve armonizzare le regole in tutta Europa.
Un mercato che premia chi è organizzato
Il contesto impone scelte rapide. L’Europa resta il mercato più grande – 270 milioni di euro nel 2025, verso i 508 milioni attesi nel 2035, con l’Italia che vale 79 milioni – ma il valore dipende dalla capacità di tenere insieme approvvigionamento, trasformazione, marchio ed export. E il mercato premia chi è organizzato: nel 2025 i primi cinque operatori detenevano il 29,3% del mercato, con la sola umbra Urbani Tartufi al 13,5%. Così, pur vantando reputazione e un prodotto d’eccellenza, la filiera regionale marchigiana non riesce a conquistare centralità. Per questo, insiste Marini, «bisogna mettere da parte tutti gli interessi e fare della crescita e della salvaguardia del tartufo un obiettivo comune».
Il settore è davanti a un bivio: continuare a gestire il tartufo come se il clima non avesse cambiato le stagioni, come se il bosco potesse ancora autosostenersi, come se il mercato reggesse senza nuove regole. Oppure accettare che l’emergenza è già diventata struttura e che all’economia del Re – nero, bianchetto o Tuber Magnatum Picco – servono nuove date, nuove regole e una nuova idea di filiera. Un compito che dovrebbe spettare al Tavolo regionale del tartufo, ancora in attesa di convocazione.
Quanto costa investire in tartufo
Investimento 1 ettaro (1 ha) di Tartufo*
- Da € 5.000 a € 40.000 per l’acquisto di piantine micorizzate certificate come roverelle, lecci, noccioli o tigli, con prezzi tra gli € 8 e i 20 a pianta per il nero (scorzone e pregiato), € 100 a pianta per il bianco, il Tuber Magnatum Picco;
- € 2.000 € per la lavorazione e le analisi complessiva del terreno;
- € 5-7.000 mila per la recinzione contro gli animali selvatici;
- € 5.000 per l’impianto di irrigazione;
- tra € 600 e 1.600 l’anno per costi di gestione e manutenzione;
- inizio della produzione dall’8° anno.
Ricavi a regime in terreni vocati:
- da 30 a 120 kg di scorzone ad ettaro a 60€/kg;
- da 15 a 60 kg di pregiato ad ettaro a 500 €/kg;
- dai 10 a 30 kg di bianco
*Federazione Italiana dei tartuficoltori con sede in Acqualagna – Paolo Topi, vicepresidente









