La castanicoltura marchigiana prova a invertire una tendenza che dura da decenni. Dopo anni segnati dall’abbandono dei castagneti, dalla riduzione delle produzioni e dalla perdita di competenze specializzate, negli ultimi tempi sono arrivati segnali di rinnovato interesse, sostenuti anche da nuove misure regionali. Il recupero delle superfici è tornato al centro delle politiche agricole e la partecipazione delle aziende ai bandi conferma l’esistenza di un potenziale ancora da valorizzare. Restano tuttavia diverse difficoltà, dalla gestione dei castagneti alla commercializzazione dei marroni, mentre le condizioni climatiche continuano a rendere incerto l’andamento dei raccolti.
Ricordiamo che nella regione la superficie dedicata alla castanicoltura si mantiene intorno ai 900 ettari, con il 96% concentrato tra le province di Ascoli Piceno e Fermo, dove quella ascolana rappresenta la principale realtà regionale. Una distribuzione rimasta sostanzialmente invariata negli ultimi anni, così come non è cambiata la struttura produttiva, caratterizzata da aziende di piccole dimensioni e numerosi proprietari che gestiscono superfici limitate.

«Invertire la rotta di 50 anni di abbandono non è facile, ma c’è un grande interesse da parte sia dei produttori agricoli sia dei proprietari non agricoltori», spiega Tommaso Ciriaci di Confagricoltura Ascoli Piceno e Fermo. Un interesse che si traduce anche nella partecipazione alle iniziative di sostegno, ma che deve fare i conti con una situazione ancora complessa.
Bandi regionali, un primo passo per recuperare i castagneti
Tra i segnali più concreti di cambiamento ci sono gli interventi finanziati dalla Regione Marche per il recupero e il miglioramento dei castagneti da frutto. Dopo un primo bando che aveva consentito di recuperare circa 100 ettari, la misura più recente ha raccolto 55 domande, per una superficie interessata di circa 125 ettari. Il successivo stanziamento integrativo di 520 mila euro ha permesso di completare il finanziamento di tutte le richieste ammissibili, comprese le 30 inizialmente rimaste escluse per esaurimento delle risorse.
«Entrambi i bandi hanno dato una spinta importante al comparto – osserva Ciriaci -. Gli agricoltori si sono dimostrati molto interessati e partecipi». Per valutare pienamente i risultati dell’ultimo intervento occorrerà però attendere il completamento dei lavori. La risposta delle aziende conferma comunque la necessità di proseguire su questa strada: «Gli ettari da recuperare sono ancora molti, quindi sarà necessario riproporre certe tipologie di aiuto».
Secondo le precedenti stime, nelle Marche restavano circa 300 ettari di castagneti abbandonati. Una superficie che potrebbe ridursi grazie ai nuovi finanziamenti, ma il cui recupero è condizionato anche da altri ostacoli, tra cui: l’età media elevata dei proprietari, la difficoltà di raggiungere i castagneti, la scarsa meccanizzazione delle operazioni colturali, la carenza di competenze specifiche e le difficoltà di accesso al mercato.
Un problema, quest’ultimo, che riguarda anche la viabilità forestale. Per Ciriaci sarebbe importante affiancare ai bandi per il recupero delle superfici misure specifiche destinate al miglioramento della rete di accesso ai boschi, così da agevolare gli interventi e rendere più semplice la gestione dei terreni. Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione: «Il bando esclude i castagneti in attualità di coltura, penalizzando tutti gli operatori che hanno lavorato seriamente in questi anni». La proposta è quindi quella di estendere il sostegno anche alle aziende che mantengono già produttivi i propri castagneti, ad esempio finanziando interventi di potatura in quota. Il recupero dell’abbandono, insomma, deve procedere insieme alla manutenzione delle superfici già coltivate.
Siccità e parassiti, una produzione sempre più legata al clima
Se sul fronte degli interventi si registrano passi avanti, quello produttivo continua a essere esposto a una forte variabilità. Dopo un 2025 complessivamente positivo, l’ultima stagione ha riportato in primo piano gli effetti delle condizioni climatiche, in particolare della scarsità di precipitazioni.
A raccontarlo è Romolo Durastanti, produttore dell’azienda agricola La Fenice di Acquasanta Terme, che descrive un’annata difficile, con differenze significative anche tra castagneti situati in territori relativamente vicini.
«Quest’anno la stagione è stata molto secca e gran parte dei castagneti non ha prodotto niente o ha avuto una produzione molto ridotta». L’esposizione e le caratteristiche dei terreni hanno inciso sensibilmente sui risultati: le superfici rivolte a nord e quelle situate nelle zone più umide hanno registrato produzioni migliori, mentre in altri casi le perdite sono state consistenti. «Nei castagneti che hanno più sofferto la siccità il calo è anche del 70%, mentre alcune superfici più a nord hanno registrato anche un aumento del 30%».
Accanto alla siccità, restano presenti anche alcune problematiche fitosanitarie. Durastanti segnala una presenza ormai contenuta del cinipide, mentre continua a destare attenzione il problema del marcio.
Proprio su questo fronte è in corso una sperimentazione con una tecnica basata sull’impiego di specifici filamenti, disponibili in commercio, che interferiscono con l’incontro tra gli esemplari maschi e femmine, riducendo così gli accoppiamenti della mosca responsabile del marcio. Segnali di miglioramento arrivano invece sul fronte della fauna selvatica: la presenza dei cinghiali sembra essersi ridotta e gli animali, trovando meno disponibilità di cibo, tendono a spostarsi altrove.
Piccoli produttori e mercato, serve una maggiore valorizzazione del marrone locale
La frammentazione delle aziende rimane uno dei principali limiti allo sviluppo della castanicoltura marchigiana. Le dimensioni medie delle superfici non sono cambiate e la presenza di numerosi piccoli produttori rende difficile costruire un’offerta organizzata e affrontare il mercato con una capacità commerciale adeguata. «È molto difficile sperare in un’aggregazione tra produttori», osserva Ciriaci, evidenziando una criticità che si trascina da tempo.
Il problema non riguarda soltanto la quantità di prodotto disponibile, ma anche la possibilità di raggiungere i canali di vendita più remunerativi. «I piccoli produttori, che sono la maggioranza, non hanno la capacità di intercettare il mercato in maniera corretta». Per valorizzare maggiormente i marroni marchigiani, secondo Ciriaci, sarebbe utile lavorare a una certificazione di origine, magari un’Indicazione geografica protetta (IGP), capace di coinvolgere le diverse produzioni regionali. L’obiettivo sarebbe duplice: rendere riconoscibile la provenienza del prodotto e riunire un quantitativo sufficiente per affrontare il mercato con maggiore forza contrattuale.
Un’altra possibilità arriva dalla trasformazione agroalimentare, che consente di valorizzare anche le castagne che, per dimensioni o difetti, non possono essere destinate alla vendita come prodotto fresco. «Alcune grosse realtà regionali si sono organizzate per la produzione di farine oppure di castagne essiccate», spiega Ciriaci. Una strada che permette di ampliare gli sbocchi commerciali e recuperare valore da una parte della produzione che altrimenti rischierebbe di rimanere esclusa dal mercato.
La richiesta di castagne, del resto, non manca, come conferma Durastanti. Anche attraverso i commercianti di dimensioni maggiori è possibile collocare l’intero raccolto, mentre la vendita diretta ai privati consente di ottenere prezzi più elevati. «Si arriva a circa 5 euro al chilo, mentre ai commercianti si vende intorno ai 3,50 euro».
Formazione e diversificazione
La ripresa della castanicoltura passa infine, anche dalla disponibilità di competenze professionali. Negli ultimi anni la carenza di potatori e innestatori specializzati è stata indicata tra le principali criticità, conseguenza anche dell’interruzione della trasmissione delle conoscenze tra generazioni. Un primo segnale di attenzione è arrivato nel 2025 con un corso gratuito di 40 ore organizzato dall’Università Politecnica delle Marche, riproposto anche nel 2026 a Camerino dopo la prima edizione di Ascoli Piceno.
L’iniziativa rappresenta un’opportunità per avvicinare nuove persone alla gestione dei castagneti, ma secondo Ciriaci sarebbe importante sviluppare ulteriori percorsi formativi specificamente rivolti agli operatori. Al momento, infatti, non sono previsti nuovi corsi dedicati a queste figure professionali, nonostante la necessità di rafforzare le competenze tecniche nelle operazioni di potatura, innesto e manutenzione.
Accanto alla produzione del frutto, si stanno inoltre facendo spazio altre possibilità di valorizzazione. Il castagneto può offrire opportunità legate alla produzione di miele e legname, ma anche al turismo e alle attività ricreative e didattiche. «Non tutte le aziende riescono a sfruttare il castagneto per tutte le potenzialità che può offrire – spiega Ciriaci –. Ci sono realtà che valorizzano soprattutto gli aspetti produttivi e altre che puntano sulle potenzialità turistico-ricettive. I numeri sono ancora piccoli, ma negli anni la diversificazione è in aumento».
Il futuro del comparto passa dunque da più direzioni: completare il recupero dei castagneti abbandonati, sostenere anche le aziende che ne garantiscono già la manutenzione, migliorare l’accessibilità delle superfici e rafforzare le possibilità di commercializzazione. Un percorso che richiede continuità negli interventi e una maggiore capacità di trasformare il potenziale produttivo in opportunità economiche. Perché mantenere vivi i castagneti significa non soltanto salvaguardare una coltura tradizionale, ma anche contribuire alla tenuta agricola, ambientale e sociale delle aree montane marchigiane.
I numeri
- Circa 900 ettari di superficie regionale dedicata alla castanicoltura
- 96% degli ettari concentrati tra le province di Ascoli Piceno e Fermo
- Circa 300 ettari di castagneti abbandonati
- Circa 100 ettari recuperati con il primo bando regionale
- 55 domande presentate, per circa 125 ettari interessati
- 520 mila euro di risorse integrative per finanziare tutte le domande ammissibili
- Fino al 70% di calo produttivo nei castagneti più colpiti dalla siccità nell’annata corrente
- Fino al 30% di aumento in alcune superfici più a nord
- Circa 5 euro/kg il prezzo raggiunto nella vendita diretta, 3,50 euro/kg ai commercianti








