Il caro gasolio continua a preoccupare il mondo agricolo marchigiano molto più della benzina. Se quest’ultima pesa soprattutto sulla mobilità privata, il diesel resta infatti un fattore produttivo decisivo per le imprese: alimenta trattori e mezzi tecnici, sostiene lavorazioni, irrigazione, serre e trasporti. Per questo il suo aumento non incide solo sui conti aziendali, ma rischia di trasmettersi lungo tutta la filiera agroalimentare, fino ai prezzi finali pagati dalle famiglie.
Il quadro generale è quello di una pressione energetica che, secondo le elaborazioni del sistema CNA, tra marzo e agosto 2026 ha prodotto nelle Marche un impatto complessivo stimato tra 350 e 400 milioni di euro, tra carburanti, elettricità e gas. Una dinamica che colpisce residenti, famiglie e sistema produttivo, ma che per l’agricoltura assume un peso ancora più delicato, perché il gasolio non è un costo accessorio: è uno strumento indispensabile per produrre. E secondo i “Prezzi medi al consumo dei prodotti petroliferi nella Regione Marche” rilevati dalla Camera di Commercio, nell’ultima rilevazione disponibile il gasolio agricolo si attestata a 1,282 euro al litro, al netto dell’Iva.
È da qui che parte l’allarme di Confagricoltura Marche. «Mentre per l’autotrasporto si è intervenuti con maggiore continuità e con risorse più consistenti, il gasolio agricolo continua a essere trattato come un tema settoriale, anziché come una leva decisiva per la stabilità dell’intera filiera agroalimentare», osserva il direttore di Confagricoltura Marche, Alessandro Alessandrini.

Il nodo, sottolinea Alessandrini richiamando la linea espressa dal presidente nazionale di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, è semplice: se il diesel resta essenziale per produrre cibo, l’agricoltura non può restare ai margini degli strumenti di sostegno attivati quando i carburanti corrono. Una richiesta che va oltre la tutela delle imprese e investe direttamente la tenuta dei prezzi alimentari e della capacità produttiva del settore.
Nel 2026 il Governo è già intervenuto con misure di emergenza, prevedendo un credito d’imposta per l’acquisto di gasolio e benzina destinati alle attività agricole, poi esteso anche ai mesi successivi e al riscaldamento delle serre orticole. Ma per Confagricoltura si tratta di interventi utili solo in parte: misure temporanee, che alleggeriscono il peso dei rincari ma non risolvono in modo strutturale il problema di un costo energetico che continua a comprimere i margini delle aziende.

Secondo Alessandrini, il confronto con altri comparti è inevitabile. L’autotrasporto ha beneficiato di strumenti più continuativi e di risorse più ampie, mentre l’agricoltura continua a essere considerata solo quando l’emergenza è già esplosa. Eppure, nei campi il carburante è presente in quasi ogni fase del lavoro: dalla preparazione dei terreni alla semina, dai trattamenti alla raccolta, fino alla movimentazione e alla logistica.
Per questo Confagricoltura insiste su un principio preciso: sostenere il gasolio agricolo significa difendere non solo i bilanci delle imprese, ma anche la stabilità della filiera e il potere d’acquisto delle famiglie. Se i costi di produzione aumentano in modo rapido e persistente, una parte del rincaro rischia inevitabilmente di scaricarsi sul prezzo finale del cibo, mentre un’altra parte erode direttamente la redditività di chi produce.
La preoccupazione, dunque, non riguarda soltanto l’emergenza di queste settimane. Per Alessandrini, il tema è politico e industriale insieme: serve considerare il carburante agricolo come una leva strategica per la sicurezza alimentare e la competitività del sistema primario, accompagnando la transizione energetica senza lasciare sole le imprese in una fase ancora fortemente dipendente dal diesel.
In questo scenario, il messaggio di Confagricoltura è netto: non si tratta di chiedere un privilegio per il settore, ma di evitare che l’agricoltura venga esclusa da misure che incidono direttamente sulla sua capacità di produrre. Perché quando corre il gasolio, a rischiare non sono soltanto i conti delle aziende, ma l’equilibrio di tutta la filiera agroalimentare.









