Agricoltura al collasso? La politica risponde con le task force

Crisi dei redditi, siccità, fauna selvatica e lavoro nero: invece di riforme, la politica moltiplica tavoli e task force, rinviando le soluzioni
Attualità
di Alberto Maria Alessandrini

“C’è un problema? Istituiamo una task force”. Sembra essere diventato questo il nuovo, irrinunciabile, mantra della politica e della pubblica amministrazione italiana a ogni livello. Di fronte a criticità, piccole o grande che siano, l’istinto primordiale del decisore pubblico non è più quello di analizzare la situazione e adottare una soluzione concreta, ma di convocare un tavolo, nominare degli esperti e, per l’appunto, varare l’ennesima task force.

Si tratta di una vera e propria epidemia istituzionale che trasforma questioni di ordinaria amministrazione in finte emergenze, creando una cortina fumogena fatta di comunicati stampa, annunci e qualche intervista, dietro la quale si nasconde un desolante vuoto decisionale.

L’approccio è plastico se si osserva come vengono affrontate le dinamiche economiche e del lavoro. Basti pensare al settore agricolo e al fenomeno del lavoro irregolare. Ci sono aziende che assumono in nero? La risposta istituzionale è la creazione di una task force, magari a guida INAIL, per intensificare i controlli come avvenuto durante questa estate. Nessuno, o quasi, sembra porsi il problema strutturale che, però, potrebbe essere alla base del fenomeno. Si ignora deliberatamente il collasso della redditività del settore, schiacciato da normative burocratiche sempre più asfissianti, margini di guadagno ormai ridicoli per gli imprenditori e un carico fiscale e contributivo fuori scala. Piuttosto che riformare il sistema per permettere alle imprese di operare legalmente con profitto, si preferisce l’approccio repressivo-spettacolare del “tavolo tecnico”, che colpisce il sintomo ma lascia incancrenire la malattia.

Questa paralisi decisionale raggiunge vette di puro surrealismo quando si scontra con la gestione del territorio e della sicurezza. In Puglia, un lupo si spinge nei centri abitati arrivando ad aggredire dei bambini. L’ordinamento normativo offrirebbe già uno strumento chiaro, rapido e risolutivo a tutela della pubblica incolumità: l’abbattimento dell’animale problematico (cane o lupo che sia) tramite l’intervento della forza pubblica. Invece no. Si istituisce una task force per monitorare, mappare, seguire e tentare di catturare l’esemplare vivo. Il risultato? Settimane di fallimenti, risorse pubbliche impiegate a vuoto e cittadini lasciati nella paura.

Non va meglio sul fronte ambientale. In Veneto si palesa la ciclica crisi idrica stagionale, come in molte altre parti d’Italia? Invece di programmare e realizzare infrastrutture di accumulo e reti efficienti negli anni precedenti, si attiva immancabilmente la “task force per l’emergenza siccità”. Si gestisce l’ordinario come se fosse un evento catastrofico e imprevedibile mentre in pochi sono disposti a confrontarsi con gli immancabili comitati contro le dighe, contro la bacinizzazione dei fiumi o contro qualsiasi altra opera di interesse pubblico.

Ogni problema ha ormai la sua unità di crisi dedicata. Che si tratti della task force sui dazi creata dalla Farnesina, di quella per il decoro e la gestione degli spazi pubblici lanciata dal Comune di Roma, o di quella recentemente istituita nelle Marche per fronteggiare il black-out dei gestionali sanitari, il copione è sempre lo stesso.

Ma perché questa proliferazione inarrestabile? La risposta risiede, forse, in una drammatica tendenza alla deresponsabilizzazione. Affrontare i problemi in maniera risoluta significa fare delle scelte. E scegliere significa scontentare qualcuno, assumersi rischi legali, politici o di consenso. La task force, al contrario, è il rifugio perfetto: diluisce le responsabilità, allunga i tempi all’infinito e istituzionalizza il generale “scaricabarile” verso altri enti deputati. Nel frattempo, l’emergenza finisce nel dimenticatoio dell’opinione pubblica, sostituita dalla successiva.

In nessun altro comparto, tuttavia, questa deriva metodologica si rivela tanto dannosa e letale quanto in agricoltura. Un tavolo tecnico che impiega sei mesi per partorire una relazione su una crisi idrica, sulla proliferazione incontrollata della fauna selvatica o sul rincaro dei costi di produzione non sta semplicemente posticipando una soluzione ma sta materialmente condannando alla chiusura decine di aziende. Una nuova metodologia di approccio ai problemi che diventa una vera e propria zavorra per l ‘intero comparto e sulla quale, prima o poi, sarà necessario aprire gli occhi.

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