Bovinmarche, un pessimo esempio di gestione politica

Cooperativa ufficialmente in liquidazione coatta malgrado un'infinità di soldi pubblici. Ma a pagare, alla fine, saranno solo i piccoli allevatori
Economia

La notizia era nell’aria da mesi, attesa e purtroppo ampiamente prevista da chiunque segua le dinamiche interne del comparto zootecnico regionale. Ora, però, c’è il timbro dell’ufficialità dello Stato. Con il decreto emesso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), pubblicato in Gazzetta Ufficiale (n. 116 del 21 maggio 2025), la società cooperativa agricola Bovin Marche è stata ufficialmente posta in liquidazione coatta amministrativa.

Il provvedimento ministeriale non rappresenta un fulmine a ciel sereno, bensì il sigillo formale ultimo e inevitabile su un fallimento strutturale, gestionale e politico che si è trascinato per anni sotto gli occhi di tutti. Quella che era nata come un necessario strumento per la tutela, la valorizzazione e la promozione della carne marchigiana si è trasformata in un buco nero economico che ha inghiottito risorse e speranze.

BovinMarche aveva una missione nobile e vitale: fare massa critica, supportare gli allevatori locali nel mercato, garantire un reddito dignitoso a chi presidia le colline della nostra regione e valorizzare l’eccellenza della razza Marchigiana. Negli ultimi anni, tuttavia, a causa di mutamenti di mercato, difficoltà economiche (ma non solo …) tale obiettivo è divenuto sempre più una chimera. Come accaduto in tanti altri casi ciò che avrebbe potuto essere un valore aggiunto, è diventato un peso.

La realtà emersa nell’ultimo periodo, stando alle cronache, racconterebbe una storia ben diversa dalle relazioni patinate presentate nei convegni o raccontate nelle assemblee solo fino a qualche tempo fa: ritardi cronici nei pagamenti agli associati, investimenti strategici fallimentari e una progressiva emorragia di soci.

Milioni di passivo (nonostante contribuzioni pubbliche elargite sotto varie forme ogni anno) ed un dissesto finanziario che ha costretto il Ministero a intervenire d’ufficio, nominando un commissario liquidatore, il dott. Gian Paolo Carotti di Bologna.

Ma al netto della questione specifica la riflessione più ampia dovrebbe riguardare l’ingente mole di risorse pubbliche (destinate al mondo agricolo) che, nel corso dei decenni, sono state drenate e canalizzate verso strutture, cooperative ed organizzazioni che si sono rilevate non più in grado di competere sul mercato od investirle sapientemente. Bandi regionali, contributi straordinari e progetti di filiera, soldi della collettività che dovrebbero generare ricchezza diffusa sul territorio, innovazione e stabilità (per la zootecnia, la viticultura, il paesaggio), e che invece hanno come unico e sterile risultato il “galleggiamento” artificiale di un apparato burocratico e dirigenziale spesso riconducibile al solito colore organizzativo. Risorse bruciate per mantenere in vita un sistema palesemente inefficiente, senza mai intervenire sulle cause reali della crisi.

A pagare il prezzo più alto, anche in questo caso, saranno gli agricoltori e le tante medio-piccole imprese del territorio (il caso del mattatoio di Villa Potenza è emblematico). Di fronte a questo desolante scenario, l’approccio del “silenzio imbarazzato” o della giustificazione legata alle sole contingenze di mercato non è più sostenibile. Gestioni verticistiche e propaganda non sono in grado di reggere da sole gli urti delle contingenze di mercato, abbattendo anche ciò che nasceva come buona intuizione economica. E a pagare il conto sono, per l’ennesima volta, gli agricoltori.

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