Non fanno rumore, eppure da secoli presidiano boschi, pascoli e crinali, tenendo insieme territorio, diritti e memoria. Oggi calamitano un nuovo interesse come possibile risposta alle fragilità delle aree interne.
A riaccendere l’attenzione sulle comunanze agrarie e realtà assimilabili nelle Marche è stata anche la decisione della Giunta regionale di avviare, a fine agosto, una ricognizione ufficiale delle proprietà collettive, passaggio destinato a pesare nell’aggiornamento del Piano paesaggistico ambientale regionale (Ppar). Più che un semplice adempimento amministrativo, per gli utenti degli enti collettivi, si tratta di una mappatura indispensabile. Proprio sui numeri, negli anni, si sono infatti stratificate stime diverse, elenchi incompleti e classificazioni non sempre omogenee.
Secondo Medit Silva, le comunanze e le realtà assimilabili nelle Marche sarebbero oltre 500 e gestirebbero più del 10 per cento delle superfici agricole regionali. Da un elenco del 1993 del Commissario per la liquidazione degli usi civici di Bologna emerge invece un quadro più ristretto: nelle Marche ci sarebbero solo 265 comunanze e realtà assimilabili, per oltre 57 mila ettari complessivi. Numeri che, pur più prudenti, restituiscono comunque la consistenza di un fenomeno strutturale, non marginale. Il baricentro resta la provincia di Macerata, con 92 comunanze e oltre 36 mila ettari, più del 13 per cento del territorio provinciale. Ma il sistema delle terre collettive attraversa tutta la dorsale appenninica: Ascoli Piceno conta 60 realtà per oltre 5.300 ettari; Pesaro Urbino 35 comunanze per più di 9.100 ettari; Ancona 52 per oltre 5.160 ettari; Fermo, dopo il riassetto amministrativo con Amandola, ne registra 26 per circa 1.677 ettari.
Il punto è che le comunanze non sono soltanto una forma arcaica di possesso. Sono istituzioni comunitarie che amministrano beni indivisi, legati a diritti collettivi su pascoli, boschi, legname, acqua e uso del suolo. La legge 168 del 2017 ha rafforzato questo profilo, riconoscendo i domini collettivi come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie e superando la vecchia visione liquidatoria della legge del 1926. Non più realtà da assorbire o svuotare, dunque, ma soggetti da tutelare per il loro ruolo sociale, ambientale e paesaggistico.

In questo quadro si inseriscono due vicende emblematiche. La prima riguarda la Comunanza di Elcito, nel territorio di San Severino Marche, il borgo incastonato tra le montagne che molti chiamano il “Tibet delle Marche”. Qui, dopo anni di stallo e il rischio concreto di una paralisi definitiva, si è riaperto uno spazio di azione grazie al lavoro dell’avvocato Gianfranco Borgani, chiamato a ricostruire le condizioni per la piena operatività dell’ente. Il tentativo è quello di restituire alla comunanza una funzione attiva, rimettendo in moto una comunità che rischiava di perdere uno dei propri strumenti storici di autogoverno, anche attraverso l’allargamento della platea degli utenti.

In questo l’Università degli Uomini Originari di Frontone ha fatto scuola. L’ istituzione di origine altomedievale che gestisce oltre 2mila ettari sul Catria, ha risolto il problema nel 2007. L’adeguamento statutario guidato da Vincenzo Fatica, presidente di Medit Silva, anticipò i principi che lui stesso ebbe cura di far recepire dalla legge del 2017. Ossia che i diritti restano riservati ai discendenti delle famiglie originarie, ma si trasmettono anche per linea femminile. È così che possono diventare utenti i figli dell’ex calciatore della Roma Francesco Totti e della showgirl Ilary Blasi, la cui madre è originaria di Frontone.
La ricognizione regionale va letta inoltre alla luce del Codice dei beni culturali. L’articolo 142 qualifica le comunanze agrarie come aree di interesse paesaggistico.
In conclusione, le comunanze agrarie tornano decisive perché tengono insieme manutenzione del territorio, identità locale e gestione condivisa delle risorse – foreste, acque, pascoli. Per il professor Marco Giovagnoli, coordinatore del corso di Scienze giuridiche per il governo dei territori dell’Unicam, «le proprietà collettive sono un esempio di retroinnovazione: affondano le radici nel passato, ma possono rappresentare una risorsa strategica per il futuro delle terre alte». Riordinare il settore, dunque, non è solo una necessità amministrativa, ma una scelta strategica, una leva concreta di coesione, sviluppo e futuro. A condizione però, precisa Giovagnoli, di «muovere insieme due leve: un contesto istituzionale favorevole e una spinta concreta all’azione che nasca dall’interno delle comunanze».
Comunanze o Università agrarie nelle Marche
Oltre 500 Comunanze Agrarie*
Oltre il 10% del territorio regionale delle Marche *
*Fonte MeditSilva
Le proprietà collettive* rappresentano un’estensione territoriale del
· 63,04% nel maceratese,
· 15,86% nel pesarese,
· 9,24% nell’ascolano,
· 8,96% nell’anconetano
· 2,9 % nel fermano.
Classifica* delle Università o Comunanze Agrarie per estensione complessiva:
1. Fiuminata: 4.835,63 ha
2. Serravalle di Chienti: 4.214,16 ha
3. Visso: 4.058,37 ha
4. Castelsantangelo sul Nera: 3.877,75 ha
5. Ussita: 3.794,69 ha
6. Fabriano: 2.712,05 ha
7. Cagli: 2.693,61 ha
8. Frontone: 2.056,58 ha
9. Fiastra: 1.794,59 ha
10. Bolognola: 1.780,61 ha
11. Arquata: 1.738,50 ha
Classifica* dei Comuni per numero di Comunanze Agrarie:
1. Fabriano: 28
2. Montefortino: 21
3. Montemonaco: 19
4. Cagli: 16
5. Montegallo: 13
6. Comunanza: 12
7. Arquata: 11
8. Sassoferrato: 10
9. Visso: 9
10. Camerino: 8
*Fonte Elenco Commissario regionale liquidazione Usi Civici Bologna -1993









