Crediti di carbonio: opportunità, ma non così scontata

Per le aziende agricole si apre un interessante scenario economico, tuttavia ancora poco definito
Economia
di Alberto Maria Alessandrini

L’agricoltura non è più solo produzione di cibo, ma diventa ufficialmente un servizio di “pulizia” dell’atmosfera. Le recenti linee guida dell’Unione Europea pubblicate nel febbraio 2026, infatti, segnano una svolta ritenuti da molti storica: il carbonio stoccato nei suoli agricoli ha ora un prezzo e un mercato regolamentato (CRCF – Carbon Removals and Carbon Farming). Dopo l’agricoltore produttore di cibo, custode della biodiversità e giardiniere del paesaggio, arriva oggi una nuova qualifica: sequestratore di carbonio.

Per le aziende agricole italiane, e marchigiane, si potrebbero, però, aprire diverse nuove opportunità. In attesa di numeri più puntuali secondo le stime attuali, un credito di carbonio (pari a una tonnellata di CO2 sequestrata) potrà essere pagato dai 30 fino ai 200 euro.

Ma come si ottengono questi fondi? Il principio è quello dell’agricoltura rigenerativa:

· Minime lavorazioni (No-Till): evitare l’aratura profonda permette al carbonio di restare intrappolato nel suolo anziché disperdersi nell’aria.

· Cover Crops: l’uso di colture di copertura nei periodi di riposo aumenta la sostanza organica.

· Agroforestazione: integrare alberi e siepi nei campi non solo protegge la biodiversità ma moltiplica la capacità di assorbimento.

Giusto per fare qualche esempio: un ettaro di vigneto è in grado di assorbire tra le 6 e le 15 tonnellate di CO2 all’anno; un ettaro di grano mentre un prato naturale può assorbire indicativamente tra le 2 e le oltre 9 tonnellate di carbonio

Per un’azienda di medie dimensioni, queste pratiche potrebbero tradursi in un’integrazione del reddito significativa, che andrebbe a sommarsi ai contributi della PAC, trasformando la sostenibilità da costo a voce attiva di bilancio. Resterebbero, comunque, alcuni dubbi circa la conciliabilità di tali pratiche con le svolte Bio spesso sponsorizzate dai bandi (minime lavorazioni o semina su sodo non potranno mai conciliarsi con una gestione priva di agrofarmaci e chimica).

Tuttavia, se per l’agricoltore il credito rappresenterebbe un’entrata aggiuntiva, per chi lo acquista (spesso grandi industrie o colossi della logistica) raffigura una sorta di “indulgenza moderna”. E proprio su questo tema emerge il nodo etico della delocalizzazione dell’inquinamento.

Il meccanismo è semplice quanto controverso: un’industria pesante che non vuole o non può riconvertire i propri impianti acquista crediti dagli agricoltori. Il risultato? Sul piano globale la CO2 viene “compensata”, ma sul piano locale l’inquinamento rimane dov’è. Si delega alla terra il compito di rimediare ai peccati del comparto industriale, permettendo a chi ha grandi capitali di continuare a emettere gas serra semplicemente “spostando” il problema altrove.

Una sorta di greenwashing in cui le multinazionali potranno dichiararsi “Carbon Neutral” senza aver ridotto di un solo grammo le proprie emissioni, ma limitandosi a pagare gli agricoltori per fare quello che, in fondo, la natura ha sempre fatto.

Proprio per evitare che il mercato si trasformi in una bolla speculativa, il nuovo regolamento UE 2024/3012 impone criteri rigidissimi: l’assorbimento deve essere addizionale (non si paga per ciò che si faceva già), permanente (se ari il campo e liberi la CO2, perdi il credito) e monitorato digitalmente. Non sarà quindi né semplice né automatico mettere in atto tale procedura, soprattutto per le aziende meno strutturate.

I crediti di carbonio verranno emessi da organizzazioni di certificazione indipendenti che verificano i progetti di riduzione o rimozione delle emissioni di gas serra. Queste organizzazioni valutano se i progetti soddisfano criteri specifici e, una volta confermata la conformità, emettono i crediti di carbonio.

In conclusione, il mercato dei crediti di carbonio è un’arma a doppio taglio. È un’opportunità di ossigeno finanziario per un settore agricolo spesso in sofferenza, ma che imporrà vigilanza ed attenzione. Il rischio non è solo che i campi diventino il paravento dietro cui l’industria pesante nasconde la propria inerzia ecologica, ma anche uno strumento speculativo per qualcuno a svantaggio dell’intero settore.

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