Perché gli agricoltori sono i veri custodi del nostro microclima (e quasi nessuno lo dice)

Tra assorbimento di CO2 e refrigerazione naturale, le colture agricole mitigano il calore estivo e difendono il suolo dai cambiamenti climatici. Un ruolo che pochi riconoscono
Attualità
di Alberto Maria Alessandrini

Mentre il dibattito pubblico sui cambiamenti climatici si divide spesso in contrapposizioni ideologiche o narrazioni colpevolizzanti, la realtà dei fatti si misura sul terreno. Ed è proprio sul terreno che si sta consumando una trasformazione silenziosa: di fronte a stagioni estive sempre più lunghe, torride e siccitose alternate a violente perturbazioni, il settore primario sta assumendo una funzione regolatrice e di mitigazione termica che va ben oltre la semplice produzione di derrate alimentari.

Troppo spesso l’agricoltura, infatti, finisce nel mirino di attacchi mediatici quando in realtà è oggi il primo baluardo contro gli effetti nefasti del surriscaldamento globale. Un ruolo di “custode del clima” che raramente viene riconosciuto a chi, giorno dopo giorno, lavora in campo.

Quando si parla di contrasto al global warming, l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulle emissioni industriali o sui trasporti oppure tocca il comparto agricolo unicamente per evidenziare certe derive del settore zootecnico accusato di ogni nefandezza. Tuttavia, la gestione del microclima di un territorio passa inevitabilmente attraverso la copertura vegetale e la salute del suolo. In estate, un campo coltivato non è semplicemente una superficie produttiva: è un sistema biologico di raffreddamento ed equilibrio idrico.

Attraverso la fotosintesi e la traspirazione, le colture assorbono enormi volumi di anidride carbonica e trasformano la radiazione solare in vapore acqueo, abbassando la temperatura dell’aria circostante e contrastando l’effetto “piastra radiante” tipico delle aree cementificate o degenerate.

Per comprendere l’impatto reale delle scelte agronomiche sul microclima e sulla cattura del carbonio, basta osservare la diversità fisiologica e strutturale di alcune colture del nostro territorio.

  • Erba Medica – Con un assorbimento totale che si attesta tra le 10 e le 15 tonnellate di Co2 all’anno per ettaro, l’erba medica rappresenta una delle risorse più preziose per la decarbonizzazione. Grazie a un apparato radicale profondo oltre due metri, riesce a fissare stabilmente nel terreno tra le 1 e le 3 tonnellate di Co2 ha/anno sotto forma di sostanza organica duratura. Sul fronte del calore, l’erba medica agisce come un condizionatore naturale: durante i mesi estivi, l’elevata evapotraspirazione riduce la temperatura dell’aria circostante fino a 2-4 °C, fornendo al contempo azoto al suolo in modo del tutto naturale, senza ricorrere a fertilizzanti di sintesi.
  • Mais da Trinciato – Pur essendo una pianta a ciclo abbastanza breve il mais rappresenta un vero e proprio gigante fotosintetico. In soli 4-5 mesi di accrescimento estivo, un ettaro di mais da trinciato assorbe tra le 25 e le 35 tonnellate di Co2 trasformando l’energia solare in un’imponente massa vegetale. In piena estate, il mais funziona come un potentissimo refrigerante d’area. Sebbene gran parte del carbonio venga poi asportato con la trinciatura per uso zootecnico o energetico (biogas), la sua presenza nei mesi più caldi interrompe bruscamente il surriscaldamento dei suoli spogli.
  • Oliveti – Tra le colture arboree, l’olivo è tra i campioni assoluti di stoccaggio permanente. Con un sequestro netto che varia tra le 2 e le 5 tonnellate di Co2 ha/anno incorporate nella struttura legnosa e nel terreno, l’oliveto garantisce un beneficio che dura decenni. Le foglie glauche e argentee dell’olivo riflettono un’elevata quota di radiazione solare ( il c.d. effetto “albedo”), mentre la chioma permanente mantiene la temperatura del suolo sottostante anche di 10–15 °C più bassa rispetto a un terreno privo di vegetazione.
  • ·Vigneti – Tali impianti assorbono tra le 3 e le 8 tonnellate di Co2 ha/anno, stoccando stabilmente nel ceppo e nel terreno tra 1 e 2,5 tonnellate. Quando gestito con tecniche moderne – come l’inerbimento dell’interfila e la trinciatura in loco dei residui di potatura – il vigneto stabilizza i versanti collinari, trattiene l’umidità e riduce l’irraggiamento termico le zone abitate adiacenti.

Nonostante questa imponente azione di riequilibrio ecologico, chi opera in agricoltura si trova spesso a doversi difendere proprio in ambiti (difesa ambientale, mitigazione cambiamenti climatici) nei quali ha un ruolo di primissimo piano. Le polemiche sulla gestione delle acque, le resistenze aprioristiche nei confronti dell’innovazione agronomica o le opposizioni locali agli impianti di digestione anaerobica (che trasformano gli scarti agricoli in energia pulita e digestato organico) dimostrano un corto circuito comunicativo. Mentre si chiede all’agricoltura di azzerare i propri impatti, si tende a ignorare che senza il lavoro quotidiano degli agricoltori il territorio sarebbe abbandonato alla desertificazione, all’erosione e all’aumento incontrollato delle temperature locali.

L’agricoltura del presente e del futuro, quindi, è già parte della soluzione. Dall’adozione delle migliori tecniche agronomiche (lavorazioni minime, coperture vegetali permanenti, agricoltura di precisione) alla valorizzazione dei sottoprodotti, gli agricoltori stanno dimostrando di essere i primi alleati della transizione ecologica nonché uno dei primi baluardi per mitigare le ondate di calore. È giunto il momento di superare le narrazioni colpevolizzanti e di riconoscere pubblicamente il valore del lavoro agricolo anche in questo ambito. Chi coltiva la terra (soprattutto nei nostri territori) non garantisce soltanto la sovranità alimentare, tanto cara a certa narrazione, ma è, a tutti gli effetti, il primo presidio umano e biologico contro i cambiamenti climatici

Tags: caldo, clima, in evidenza

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