C’è finalmente una schiarita nel complesso orizzonte del RENTRI, il nuovo Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti, un ennesimo adempimento burocratico del quale nessun’impresa sentiva la mancanza. Grazie a una specifica disposizione inserita nella recente Legge di Bilancio – misura fortemente caldeggiata da Confagricoltura – è stata sanata un’incongruenza normativa che rischiava di gravare pesantemente e inutilmente sulle imprese agricole.
Il cuore della modifica interviene sull’articolo 188-bis del Dlgs 152/2006. In sostanza, viene ripristinata una coerenza logica: non si può obbligare all’iscrizione al portale digitale (e al pagamento del relativo contributo annuale) chi, per legge, è già esentato dalla tenuta dei registri di carico e scarico cartacei.
Nello specifico, sono ora ufficialmente esclusi dall’obbligo di iscrizione al RENTRI:
- gli imprenditori agricoli che producono rifiuti pericolosi con un volume d’affari annuo inferiore a 8.000 euro;
- tutti gli imprenditori agricoli (produttori di rifiuti pericolosi) che scelgono di adempiere agli obblighi attraverso le modalità alternative previste dal Testo Unico Ambientale.
Quest’ultime modalità semplificate consistono nella conservazione progressiva per tre anni dei formulari di identificazione dei rifiuti (FIR) o dei documenti di conferimento rilasciati dai soggetti che effettuano la raccolta nel “circuito organizzato”. Una procedura già in atto e senza dubbio più snella rispetto a quanto previsto dal macchinoso e costoso sistema RENTRI.
L’obbligo di iscrizione permane dunque, alla luce della nuova deroga, solo per una fascia ristretta del settore: le aziende agricole produttrici di rifiuti pericolosi che superano gli 8.000 euro di volume d’affari annuo e che decidono di non avvalersi delle semplificazioni gestionali sopra citate.
Per queste realtà si ricorda che la finestra per l’iscrizione (riferita all’ultimo scaglione per le imprese con meno di 10 dipendenti) è aperta dal 15 dicembre scorso e il termine ultimo è fissato resta il 13 febbraio 2026.
Se da un lato non si può che accogliere con estremo favore questa deroga – che evita a migliaia di agricoltori marchigiani e italiani inutili costi e adempimenti digitali per rifiuti spesso prodotti in quantità minime e già perfettamente tracciati – dall’altro non si può tacere sulla natura del metodo. Un’ennesima dimostrazione della gestione schizofrenica della burocrazia italiana. È paradossale che si debba arrivare a un correttivo dell’ultimo minuto in Legge di Bilancio per risolvere incongruenze macroscopiche che il legislatore avrebbe dovuto prevedere fin dal primo giorno. Un modo di procedere “a singhiozzo”, fatto di obblighi annunciati e poi parzialmente smentiti, che conferma una totale mancanza di visione organica. Una continua e mai interrotta gestione di questioni che impattano profondamente sulla vita quotidiana e sulla competitività delle imprese senza mai garantire quel minimo di certezza del diritto necessaria per chi lavora.









