Un punto di equilibrio tra transizione energetica, competitività delle imprese e salvaguardia del patrimonio agricolo e paesaggistico. È questo il cuore della proposta di legge approvata dalla Giunta regionale delle Marche, pensata per accompagnare il raggiungimento del target di 2,3 gigawatt di potenza aggiuntiva da fonti rinnovabili entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020.
Per centrare l’obiettivo restano da installare ulteriori 868 megawatt (pari a circa il 37% del target), considerando che nelle Marche si contano già 1.478 megawatt tra impianti operativi, autorizzati o in fase di realizzazione. Un’accelerazione necessaria anche alla luce delle stime di scenario, che prevedono un incremento della domanda elettrica regionale del 41% entro il 2040.
La proposta di legge recepisce il nuovo quadro normativo nazionale mettendo al centro la tutela del suolo agricolo e la valorizzazione delle aziende del comparto primario sotto vari punti di vista:
· Sostegno all’autoconsumo: vengono favorite e incentivate le installazioni di impianti sulle coperture degli edifici agricoli e all’interno delle aree di pertinenza aziendale. L’obiettivo è permettere agli agricoltori di produrre energia pulita per i propri fabbisogni senza sottrarre terreno alle colture.
· Tetto al consumo di suolo agricolo: per limitare l’occupazione dei terreni, la norma stabilisce un range preciso per le aree agricole idonee, che non potranno superare il 3% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) regionale, garantendo al contempo una soglia minima non inferiore allo 0,8%.
· Salvaguardia dei terreni di pregio: nelle zone ad alto valore agricolo continuano ad applicarsi rigorosamente gli strumenti di tutela e i vincoli definiti dalla normativa nazionale.
· Attenzione a biogas, biometano e piccolo eolico: il testo introduce anche disposizioni specifiche mirate per filiere di diretto interesse agricolo, quali il biogas (troppo spesso oggetto di contenziosi con comitati e comunità locali), il biometano, il piccolo eolico e l’idroelettrico.
Per ridurre al minimo l’impatto ambientale, la priorità viene data alle superfici già urbanizzate, industriali e compromesse quali aree di crisi industriale complessa, cave e discariche a fine attività, immobili pubblici, strutture portuali e impianti sportivi.
Al contrario, sono rigorosamente escluse dalle aree idonee i parchi e le aree naturali protette, i siti della rete Natura 2000 e le zone umide d’importanza internazionale. Oltre a queste sono escluse anche le zone di protezione dei siti UNESCO e le aree soggette alle prescrizioni del Piano Paesistico Ambientale Regionale (PPAR) nonché i beni culturali e paesaggistici vincolati.
La norma, che passa ora all’esame del Consiglio regionale per l’approvazione definitiva, nasce da un percorso di concertazione con enti locali (ANCI, UPI) e organizzazioni di categoria. Per garantire trasparenza e verificare l’impatto sul territorio, la Giunta presenterà ogni due anni all’Assemblea legislativa una relazione di monitoraggio sull’avanzamento dei procedimenti, l’effettiva energia prodotta e il consumo di suolo riscontrato.









