La farsa dei corsi di formazione per chi opera con gli animali

Prorogato il termine (con annesse sanzioni) sulla formazione obbligatoria per gli operatori del settore animale. Norma inutile e costosa
Attualità
di Alberto Maria Alessandrini

Si dice che errare sia umano, ma la perseveranza della burocrazia italiana è ormai un’arte. L’ultimo capitolo di questa saga riguarda la formazione obbligatoria per gli operatori del settore animale (professionisti e trasportatori inclusi). Lo scorso 18 dicembre, la Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera all’ennesimo rinvio: il nuovo termine per evitare le sanzioni è fissato al 31 dicembre 2026.

L’ennesimo esempio di normativa nata male e spiegata peggio. Il cuore del provvedimento prevede un corso unico da 18 ore che dovrebbe accorpare tutto, benessere animale compreso. Una sorta di “minestrone formativo” che deve essere affrontato da titolari o legali rappresentanti, con la possibilità di una delega formale. Tutti soggetti già destinatari di numerosi altri oneri ed obblighi formativi, soprattutto in tema di trasporto.

Tuttavia, il testo continua a muoversi su un terreno scivoloso quando cerca di definire chi sia esente: i lavoratori subordinati con mansioni ordinarie, si legge, “non sono professionisti degli animali” e quindi non sono obbligati. Una distinzione che solleva più dubbi che certezze in termini di responsabilità operativa e quotidiana.

Al netto del sollievo, temporaneo, di chi ancora non aveva ottemperato a tale obbligo formativo ciò che appare evidente è il solito meccanismo tutto italiano: si emana una norma complessa, ci si accorge che il sistema non è pronto (o che la norma è inapplicabile), e si inizia con la danza dei rinvii.

Positiva la scelta di passare, inoltre, dall’aggiornamento ogni tre anni a quello ogni cinque (con una durata di 6 ore). Un timido segnale di allentamento che non risolve, però, il problema alla radice. Se una norma viene costantemente rimandata, significa che il tessuto produttivo non la riconosce come un valore aggiunto, ma solo come un ulteriore balzello di tempo e denaro.

In attesa di eventuali nuove proroghe ci vorrebbe un atto di coraggio politico. Se l’obbligo è così difficile da implementare e così poco chiaro nella sua applicazione pratica, perché non eliminarlo direttamente? Accanirsi su una formazione che appare più come un adempimento formale, e costoso, che come un reale strumento di crescita professionale assume i tratti della farsa. Soprattutto in un momento in cui le imprese chiedono semplificazione.  

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