Il vicepresidente del Consiglio regionale Giacomo Rossi (Civici Marche) ha espresso la propria contrarietà assoluta al progetto Ispra “Patom”, il Piano d’azione per la tutela dell’orso marsicano, che prevede l’espansione stabile della specie anche nei monti marchigiani. Rossi ha reso noto di aver appreso del progetto – basato sull’ultimo monitoraggio genetico effettuato nel 2025 e presentato recentemente al Ministero dell’Ambiente – e di aver depositato un’interrogazione in Consiglio regionale per conoscere la posizione ufficiale della Regione Marche.

Il Patom punta a rafforzare il corridoio ecologico che collega Abruzzo, Umbria e dorsale marchigiana, con l’obiettivo di rendere stanziale l’orso marsicano anche al di fuori dell’areale storico abruzzese. Secondo i dati illustrati dal Ministero, la popolazione attuale è stimata in 81 esemplari, distribuiti su circa 6.000 chilometri quadrati nell’Appennino centrale: 43 femmine e 38 maschi, con 16 orsi già presenti oggi al di fuori del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e della sua area contigua. Lo scenario futuro delineato dal piano guarda a una popolazione di oltre 200 orsi, con almeno 70 femmine complessive, e una presenza strutturata anche nelle aree esterne alle grandi aree protette. Per la porzione umbro-marchigiana dell’Appennino, il progetto ipotizza la presenza stabile di sette femmine distribuite tra Monti della Laga, Valnerina, Monte Cucco, area San Vicino-Canfaito e Monte Nerone.
È proprio questa prospettiva a suscitare l’opposizione di Rossi, che dichiara la sua “piena contrarietà all’espansione di questa specie nell’Appennino marchigiano”, ritenendo l’orso marsicano “una problematica in più per la fauna locale, per le persone e per gli allevatori che popolano i nostri territori montani, già messi a dura prova dai grandi predatori come il lupo”. A suo giudizio, si tratterebbe di un animale non autoctono dei monti marchigiani, “estraneo e potenzialmente pericoloso”, la cui presenza rischierebbe di aggravare le difficoltà di chi vive e lavora nelle aree interne.
Rossi coglie anche l’occasione per criticare l’operato di Ispra, richiamando un precedente scontro istituzionale. Ricorda infatti come l’ente abbia bocciato una sua proposta di ripopolamento genetico del muflone del Catria, giudicato non autoctono nonostante un insediamento che risale a oltre cinquant’anni fa, mentre oggi sosterrebbe, secondo il vicepresidente, l’inserimento nei territori marchigiani di un grande carnivoro che egli considera “decisamente più problematico” rispetto al muflone.

Sul fronte scientifico, intanto, il dibattito intorno al Patom mette in luce tanto i progressi quanto le fragilità. Sebbene la popolazione di orso marsicano mostri segnali di crescita numerica resti una specie a rischio, esposta alla frammentazione degli habitat, alla scarsa continuità dei corridoi ecologici, alla mortalità di origine antropica, agli incidenti stradali e al bracconaggio. Nell’Appennino umbro-marchigiano, in particolare tra Sibillini, Monti della Laga, Cucco, San Vicino e Nerone, la presenza attuale è limitata alla comparsa sporadica di pochi giovani maschi erratici, che tendono a rientrare in Abruzzo anche a causa dell’assenza di femmine in grado di consolidare un nuovo nucleo riproduttivo.
Alla luce di questo quadro, diversi esperti – come il WWF Marche – considerano l’obiettivo di arrivare a sette femmine stanziali nell’Appennino umbro-marchigiano più teorico che realistico nel breve periodo. Per trasformarlo in realtà sarebbero necessari tempi lunghi, un rafforzamento concreto delle condizioni di sicurezza per la specie al di fuori delle aree protette e, soprattutto, un lavoro paziente con le comunità locali per costruire modelli di convivenza sostenibile con i grandi carnivori.
Con la sua interrogazione, Rossi porta il tema in Aula, chiedendo se la Regione fosse a conoscenza del progetto che Ispra intende portare avanti e quale sia la posizione della Giunta. La discussione sull’orso marsicano entra così ufficialmente nell’agenda politica marchigiana, incrociando nodi delicati come il rapporto tra tutela della biodiversità, sicurezza delle comunità montane e tenuta economica delle attività agricole e zootecniche che presidiano l’Appennino.









