Marche, vendemmia 2026: uve eccellenti, ma i costi affossano i bilanci

Per salvare il domani dei vini marchigiani serve un piano idrico e aiuti sui costi: il settore reagisce, ma ora servono certezze economiche
Economia
di Veronique Angeletti

Nelle Marche la viticoltura coinvolge 14 mila aziende, 17.500 ettari coltivati, il 76% della produzione a denominazione e quasi il 40% della superficie certificata biologica. È un comparto centrale per l’agricoltura regionale, per il paesaggio, per l’economia e per l’identità dei territori. Ma la vendemmia 2026 consegna un messaggio chiaro: oggi non basta più portare in cantina uve di qualità per garantire la sostenibilità economica delle imprese.

L’annata è stata, per molti versi, “faticosissima”. Il caldo ha accelerato la maturazione, compresso i tempi della raccolta e costretto molte aziende ad anticipare la vendemmia anche di 10-15 giorni rispetto alla scansione più tradizionale. Questo ha significato concentrare il lavoro in una finestra più stretta, reperire manodopera in condizioni ancora più difficili del solito e riorganizzare turni e operazioni per lavorare nelle prime ore del mattino.

Non si è trattato soltanto di una difficoltà agronomica. È stata una vera prova di tenuta organizzativa, logistica ed economica. Coordinare squadre, mezzi, raccolta e conferimenti in cantina sotto la pressione delle alte temperature ha richiesto una capacità di adattamento fuori dall’ordinario. La vendemmia 2026, insomma, non è stata solo una campagna agricola complessa: è stata un banco di prova per l’equilibrio complessivo delle aziende.

Ed è proprio qui che emerge il punto più delicato. Se da un lato la qualità delle uve, in molti casi, si presenta buona, dall’altro i conti aziendali sono stati messi sotto pressione da una crescita pesante dei costi di produzione. A incidere sono stati il rincaro del gasolio agricolo, l’aumento dell’energia elettrica necessaria per l’irrigazione e per il raffreddamento delle uve in cantina, cresciuta del 65,5% rispetto ad agosto 2025, oltre ai maggiori costi per i fertilizzanti, aumentati del 20%, e per le lavorazioni meccaniche, inevitabilmente adeguate al prezzo dei carburanti e dei ricambi.

A questo si aggiunge il costo del lavoro, cresciuto anche per effetto del rinnovo contrattuale del 3,4%, in un contesto in cui la manodopera stagionale continua a essere difficile da reperire. Così, mentre le aziende sono chiamate a essere più veloci, più tecniche, più organizzate e più attente alla qualità, si trovano contemporaneamente a operare con margini sempre più compressi.

Dal punto di vista produttivo, il quadro va letto con realismo. In molte aree le uve sono arrivate sane e di buon livello qualitativo, ma con rese in calo. «Le differenze tra territori, esposizioni, disponibilità idrica, altitudine e tipologia dei suoli hanno inciso profondamente, confermando che oggi non esiste più una sola vendemmia marchigiana, ma tante vendemmie diverse dentro la stessa regione» sottolinea Angela Velenosi, Presidente della sezione economica della Viticoltura Confagricoltura Marche. «In diversi casi – osserva – il calo produttivo si colloca tra il 10 e il 15%, con punte anche superiori nelle zone più esposte alla siccità o colpite da eventi estremi».

Il dato positivo è che le imprese hanno risposto con maggiore consapevolezza tecnica. Sempre meno spazio all’improvvisazione, sempre più attenzione al monitoraggio della maturazione, alla gestione del vigneto, alla protezione dei grappoli, alla sostanza organica del suolo, all’equilibrio della pianta e alla scelta del momento migliore per raccogliere. È il segno di una viticoltura che sta cambiando e che non può più affrontare il cambiamento climatico con gli automatismi del passato.

Tuttavia, la questione decisiva oggi non è soltanto cosa entra in cantina, ma cosa resta nel bilancio aziendale. La qualità dell’annata si misura ormai su due piani inseparabili: quello enologico e quello economico. Perché a uve buone non corrisponde più automaticamente un bilancio sostenibile. E se il vigneto tiene ma i conti non reggono, il problema resta intatto.

La vera sfida, allora, è tenere insieme valore del prodotto e redditività d’impresa. È qui che si gioca il futuro della viticoltura marchigiana. Ed è qui che servono risposte concrete. Il tema dell’acqua è ormai centrale e non più rinviabile: occorre un piano straordinario per l’irrigazione, perché il cambiamento climatico non è più un’emergenza occasionale, ma una condizione strutturale con cui le aziende devono fare i conti ogni anno. Allo stesso tempo servono strumenti immediati per contenere l’impatto dei costi straordinari: a partire da un credito d’imposta sul carburante nei mesi della vendemmia e dall’attivazione di tavoli regionali permanenti che ragionino sulla competitività del comparto.

Le imprese marchigiane stanno facendo la loro parte. Stanno adattando tecniche, tempi, organizzazione e strategie produttive a un contesto sempre più complesso. Ma non si può chiedere alle aziende di assorbire da sole tutti gli squilibri: quelli climatici, quelli energetici, quelli occupazionali e quelli di mercato.

La vendemmia 2026 lo dice con chiarezza. Non basta produrre bene. Bisogna mettere le imprese nelle condizioni di restare economicamente in equilibrio. Perché difendere la viticoltura marchigiana, oggi, significa difendere prima di tutto la sostenibilità dei bilanci aziendali. Senza redditività, non c’è qualità che basti a garantire il futuro del settore.

Tags: economia, in evidenza, velenosi, vino

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