Asta Moncaro, buona la prima: aggiudicata la cantina principale

Alla cooperativa Uve Unite l'opificio di Montecarotto, le linee di imbottigliamento e un partafoglio di 52 marchi grazie a un'offerta di 3,914 milioni
Economia
di Veronique Angeletti

La cantina di Montecarotto, cuore storico di Terre Cortesi Moncaro, resta nelle mani del territorio. Una società controllata dalla cooperativa Uve Unite si è aggiudicata al primo giro d’asta lo stabilimento e l’intero pacchetto marchi per 3,914 milioni di euro, partendo dall’offerta minima. Ora scattano i 60 giorni per la formalizzazione degli atti e il versamento del corrispettivo.

L’esito è tutt’altro che banale in un contesto in cui, per il momento, non si registrano offerte per gli altri due poli produttivi (Acquaviva Picena e Camerano–Conero) né per la maggior parte degli asset immobiliari, mentre sono stati assegnati solo 4 lotti su 24 di terreni e vigneti (circa 12 ettari). Un secondo round di gara è atteso nelle prossime settimane.

L’operazione è il risultato di una regia istituzionale piuttosto rara nel settore. Dopo mesi di conflitto tra procedura giudiziale e liquidazione coatta amministrativa, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha consolidato la LCA in capo al commissario Giampaolo Cocconi con un mandato preciso: mantenere in vita la capacità produttiva, evitare il collasso immediato della base agricola e creare le condizioni per un’acquisizione industriale “amica” del territorio.

Da qui alcune scelte chiave: acquisto delle uve 2024 e 2025 a prezzi ritenuti equi per scongiurare l’estirpo dei vigneti; valorizzazione di stock di vino non strategici per generare cassa e finanziare il lavoro in campo; soprattutto, definizione di un contratto quadro che impegna il futuro acquirente ad acquistare per sei anni le uve conferite alla coop Uve Unite a condizioni predefinite. In pratica, una cintura di sicurezza per i viticoltori e un vincolo territoriale per chi entra.

Uve Unite, costituita nel gennaio 2025 e oggi forte di circa 90 soci, nasce proprio con questo obiettivo: difendere il patrimonio vitato del comprensorio Verdicchio–Conero, dare stabilità al prezzo dell’uva e impedire che il controllo della filiera scivoli lontano dalle Marche. Attraverso la sua controllata, la cooperativa si è assicurata in blocco l’opificio di Montecarotto, le linee di imbottigliamento e un portafoglio di 52 marchi (valide in UE e UK, con registrazioni anche in Giappone, Cina e USA), oltre a relazioni consolidate in GDO e Ho.Re.Ca. che avevano contribuito a spingere il fatturato 2022 di Moncaro a 35,5 milioni, con il 26,8% all’export.

Sul tavolo resta però la fotografia di una crisi profonda: fino al 2023 Moncaro era la prima cooperativa vitivinicola delle Marche (65ª in Italia per dimensioni), ma oggi il passivo cristallizzato dal Mimit sfiora i 76 milioni di euro. Periti e organi di vigilanza riconducono il dissesto a una combinazione di investimenti aggressivi non sorretti da adeguata crescita di fatturato, incremento dell’indebitamento, operazioni immobiliari non perfezionate (come l’acquisto di una cantina in Abruzzo da 8,75 milioni, con 6 milioni già versati), impatto del caro energia post‑Covid e criticità contabili e gestionali emerse con la nuova governance insediata nel febbraio 2024.

L’aggiudicazione di Montecarotto a un soggetto cooperativo espressione diretta dei viticoltori locali non chiude la saga Moncaro, ma ne cambia il segno: la continuità produttiva del sito principale appare oggi più probabile e il baricentro decisionale si riavvicina alla base agricola. Il resto – futuro dei poli di Camerano e Acquaviva, gestione del debito, tenuta commerciale dei marchi – si giocherà tra il secondo giro d’asta, la capacità del territorio di fare sistema e le prossime mosse di Uve Unite sul fronte industriale e finanziario.

Tags: in evidenza, Moncaro, vini

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