La cantina di Montecarotto, cuore storico di Terre Cortesi Moncaro, resta nelle mani del territorio. Una società controllata dalla cooperativa Uve Unite si è aggiudicata al primo giro d’asta lo stabilimento e l’intero pacchetto marchi per 3,914 milioni di euro, partendo dall’offerta minima. Ora scattano i 60 giorni per la formalizzazione degli atti e il versamento del corrispettivo.
L’esito è tutt’altro che banale in un contesto in cui, per il momento, non si registrano offerte per gli altri due poli produttivi (Acquaviva Picena e Camerano–Conero) né per la maggior parte degli asset immobiliari, mentre sono stati assegnati solo 4 lotti su 24 di terreni e vigneti (circa 12 ettari). Un secondo round di gara è atteso nelle prossime settimane.
L’operazione è il risultato di una regia istituzionale piuttosto rara nel settore. Dopo mesi di conflitto tra procedura giudiziale e liquidazione coatta amministrativa, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha consolidato la LCA in capo al commissario Giampaolo Cocconi con un mandato preciso: mantenere in vita la capacità produttiva, evitare il collasso immediato della base agricola e creare le condizioni per un’acquisizione industriale “amica” del territorio.
Da qui alcune scelte chiave: acquisto delle uve 2024 e 2025 a prezzi ritenuti equi per scongiurare l’estirpo dei vigneti; valorizzazione di stock di vino non strategici per generare cassa e finanziare il lavoro in campo; soprattutto, definizione di un contratto quadro che impegna il futuro acquirente ad acquistare per sei anni le uve conferite alla coop Uve Unite a condizioni predefinite. In pratica, una cintura di sicurezza per i viticoltori e un vincolo territoriale per chi entra.
Uve Unite, costituita nel gennaio 2025 e oggi forte di circa 90 soci, nasce proprio con questo obiettivo: difendere il patrimonio vitato del comprensorio Verdicchio–Conero, dare stabilità al prezzo dell’uva e impedire che il controllo della filiera scivoli lontano dalle Marche. Attraverso la sua controllata, la cooperativa si è assicurata in blocco l’opificio di Montecarotto, le linee di imbottigliamento e un portafoglio di 52 marchi (valide in UE e UK, con registrazioni anche in Giappone, Cina e USA), oltre a relazioni consolidate in GDO e Ho.Re.Ca. che avevano contribuito a spingere il fatturato 2022 di Moncaro a 35,5 milioni, con il 26,8% all’export.
Sul tavolo resta però la fotografia di una crisi profonda: fino al 2023 Moncaro era la prima cooperativa vitivinicola delle Marche (65ª in Italia per dimensioni), ma oggi il passivo cristallizzato dal Mimit sfiora i 76 milioni di euro. Periti e organi di vigilanza riconducono il dissesto a una combinazione di investimenti aggressivi non sorretti da adeguata crescita di fatturato, incremento dell’indebitamento, operazioni immobiliari non perfezionate (come l’acquisto di una cantina in Abruzzo da 8,75 milioni, con 6 milioni già versati), impatto del caro energia post‑Covid e criticità contabili e gestionali emerse con la nuova governance insediata nel febbraio 2024.
L’aggiudicazione di Montecarotto a un soggetto cooperativo espressione diretta dei viticoltori locali non chiude la saga Moncaro, ma ne cambia il segno: la continuità produttiva del sito principale appare oggi più probabile e il baricentro decisionale si riavvicina alla base agricola. Il resto – futuro dei poli di Camerano e Acquaviva, gestione del debito, tenuta commerciale dei marchi – si giocherà tra il secondo giro d’asta, la capacità del territorio di fare sistema e le prossime mosse di Uve Unite sul fronte industriale e finanziario.









