È una decisione che potrebbe sembrare lontana ma che, invece, rappresenta un verdetto storico quella recentemente presa del Tribunale Cantonale di Zugo, in Svizzera. Questo, infatti, ha dato il via libera a una causa climatica contro Holcim, colosso svizzero del cemento, intentata da quattro residenti dell’isola di Pari, in Indonesia (tra cui alcuni pescatori che lottano contro l’innalzamento del livello del mare e le inondazioni causate dal cambiamento climatico).
Il 17 dicembre scorso, la corte elvetica ha respinto le obiezioni di Holcim – che sosteneva che questioni climatiche non dovessero essere decise dai tribunali ma dal legislatore – e ha ammesso il procedimento. I querelanti chiedono ora un risarcimento per i danni subiti e un contributo finanziario per misure di protezione dalle inondazioni, quantificando il “debito climatico” di Holcim in base alla sua quota storica di emissioni.
Questo caso rappresenta una prima assoluta a livello mondiale, destinata ad avere ripercussioni anche nel nostro paese. Per la prima volta, un tribunale, riconosce la legittimità di una causa intentata da vittime straniere contro un’azienda nazionale per danni climatici transfrontalieri. Sebbene non si tratti ancora di una condanna definitiva con risarcimento – il processo deve ora entrare nel merito – la decisione di ammettere la causa segna un precedente giuridico audace.
Ma al di là del procedimento in sé stesso questa circostanza corre il rischio aprire un vero e proprio vaso di Pandora in termini di responsabilità extracontrattuale per emissioni di gas serra, questione molto scottante anche per chi si occupa di agricoltura, zootecnia in primis. Recenti studi, infatti, sosterrebbero che il settore primario sia responsabile del 24% delle emissioni antropiche globali, principalmente attraverso metano da allevamenti, protossido di azoto da fertilizzanti e deforestazione.
Per gli agricoltori europei le ripercussioni potrebbero essere profonde e molteplici. Innanzitutto, sul piano della responsabilità civile: se un colosso come Holcim può essere citato per “debito climatico” calcolato in base alla quota storica di emissioni, lo stesso principio potrebbe applicarsi alle grandi imprese agricole o alle cooperative che utilizzano pratiche intensive. Si immaginino cause intentate da comunità vulnerabili – come agricoltori subsahariani colpiti da siccità o pescatori asiatici affetti dall’acidificazione oceanica – contro produttori europei di bestiame o fertilizzanti. Un precedente come questo potrebbe esporre aziende a richieste di risarcimento per danni remoti, basati su modelli climatici che attribuiscono percentuali di responsabilità frutto più di freddi calcoli accademici che di reali conclusioni circostanziate.
Inoltre, dal punto di vista normativo, questa sentenza rafforza ulteriormente l’idea (folle all’interno di qualsiasi stato di diritto, ma frequentemente in voga anche in Italia) che i tribunali possano colmare vuoti legislativi in assenza di politiche climatiche adeguate. In Svizzera, come in UE, le normative come il Green Deal o la Direttiva sulle Emissioni Industriali già impongono riduzioni, ma un “attivismo giudiziario” potrebbe accelerare transizioni forzate. Per l’agricoltura, ciò significherebbe maggiore pressione per adottare pratiche low-carbon, come la rotazione obbligatoria delle colture, l’agricoltura di precisione o la riduzione del bestiame con costi elevatissimi soprattutto per piccoli produttori.
Un ulteriore aspetto tutt’altro che insignificante le implicazioni assicurative e finanziarie: banche e investitori potrebbero esigere “clausole climatiche” nei prestiti agricoli, rendendo più difficile l’accesso al credito per chi non dimostra sostenibilità. Al tempo stesso le compagnie assicurative potrebbero aumentare i premi per prevenire cause o richieste di risarcimenti danni di difficile previsione.
In un contesto già di per sé complicato (volatilità dei prezzi, burocrazia asfissiante) gli agricoltori rischierebbero di scontare un ulteriore paradosso. Da un lato sono le prime “vittime” di alluvioni, siccità e sconvolgimenti climatici mentre dall’altro verrebbero messi sul banco degli imputati come aguzzini di sé stessi.
In conclusione, mentre la causa contro Holcim per alcuni viene vista come un passo in avanti verso la giustizia climatica globale, per il mondo agricolo rappresenta un monito preoccupante: la transizione verde non è più opzionale, ma un imperativo giuridico che può essere imposto non più dal legislatore, ma da un qualche magistrato eccessivamente zelante.









