Il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste ha recentemente pubblicato le linee guida applicative dell’articolo 12 della legge n. 131/2025. Un provvedimento strategico pensato, almeno questo sarebbe lo spirito, per invertire la rotta nei territori montani e arginare l’abbandono di boschi e pascoli.
Il documento riconosce formalmente il ruolo fondamentale delle attività agro-silvo-pastorali come presidio economico, sociale e ambientale, puntando su di un recupero fondiario, sulla multifunzionalità e sulle filiere locali.

Il testo punta a rimediare alle conseguenze della marginalizzazione socio-economica e dello spopolamento che colpiscono la montagna: dalla perdita di biodiversità al rischio idrogeologico, fino all’aumento della vulnerabilità agli incendi. Per farlo, le linee guida tracciano un perimetro d’intervento ampio che abbraccia i sistemi tradizionali e agroforestali: dai pascoli arborati al pascolo in bosco, dalla gestione dei seminativi arborati alla valorizzazione dei prodotti forestali non legnosi (come funghi e frutti di bosco), fino all’utilizzo energetico e termico del legno.
Prima di questo testo, ad esempio, molte pratiche tradizionali (come far pascolare il bestiame all’interno delle aree boscate o realizzare sistemi silvo-pastorali integrati) finivano in zone d’ombra burocratiche o incontravano ostacoli nei vincoli forestali e ambientali regionali. Le linee guida definiscono ufficialmente queste pratiche come interventi di tutela e presidio ambientale, facilitando l’iter autorizzativo per le aziende zootecniche estensive.
Tra gli strumenti di supporto e finanziamento citati figurano la PAC e i fondi della programmazione 2028-2034, il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane, il PNRR, la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), i Contratti di filiera, le Banche della terra e i meccanismi di pagamento per i Servizi Ecosistemici (PES). Una sorta di “testo unico della montagna” che dovrà essere preso come riferimento per tutti i futuri interventi legislativi in materia.

Applicare questi indirizzi alla realtà marchigiana significa, però, fare i conti con un mosaico territoriale tanto fragile quanto ricco di potenzialità, che va dall’Appennino pesarese ai Sibillini, passando per il fabrianese e l’entroterra maceratore e ascolano. Nelle aree interne della nostra regione, il problema non è la mancanza di risorse naturali, ma la frammentazione della proprietà fondiaria, l’avanzata incontrollata della vegetazione arborea a scapito dei prati-pascolo storici e le difficoltà strutturali in cui operano le aziende zootecniche estensive. La zootecnia di montagna, in particolare quella legata agli allevamenti ovini, caprini e bovini di razza autoctona, rappresenta l’argine principale contro l’abbandono del territorio. Senza il pascolamento mirato, i boschi avanzano senza manutenzione e i pascoli di quota perdono la loro funzione ecologica e paesaggistica.
Le linee guida del Masaf offrono, ora, un impianto normativo e di programmazione che, per essere efficace nelle Marche, dovrà trovare un raccordo stretto con la programmazione regionale. In particolare, gli strumenti come le Banche della terra e i registri fondiari regionali diventano cruciali per ricomporre i frammenti terrieri e metterli a disposizione di giovani agricoltori o di imprese zootecniche intenzionate a investire nella multifunzionalità. La sfida si giocherà sulla capacità di tradurre le opportunità di finanziamento, dai fondi per la forestazione sostenibile ai contratti di filiera, in cantieri di manutenzione attiva del territorio, capaci di coniugare la tutela ambientale con la redditività d’impresa e il presidio umano delle terre alte.








