Le trebbie sono ormai in campo da diversi giorni, con produzioni che, come evidenziato da OlivoNews, sembrano nella media sia in termini qualitativi che quantitativi, confermando le Marche come uno dei principali granai d’Italia. A preoccupare il settore, però, sono i prezzi terribilmente bassi dei cereali che da qualche mese stanno caratterizzando il mercato. Mentre, però, in Italia le istituzioni assistono inermi al crollo della redditività agricola, trincerandosi dietro alla “dura legge della concorrenza” lo scenario risulta totalmente capovolto sulla sponda orientale del Mediterraneo. In Turchia, infatti, lo Stato interviene con decisione per determinare la stabilità del settore e garantire redditività ai propri agricoltori che concorrono a far si che il proprio paese sia stabilmente ai vertici della produzione mondiale di grano duro.
Il TMO (Toprak Mahsulleri Ofisi), l’ente pubblico di gestione del mercato cerealicolo, ha infatti fissato per la campagna 2026 un prezzo di acquisto base di 16.500 lire turche a tonnellata. A questa base, il Ministero dell’Agricoltura di Ankara ha aggiunto i premi per la produzione pianificata (Planlı Üretim) e i bonus per l’uso di sementi certificate, elevando il ricavo lordo effettivo a 19.514 lire turche a tonnellata. Al tasso di cambio corrente, questa misura si traduce in un valore netto garantito di 366,28 euro alla tonnellata, ovvero ben 36,62 euro al quintale. Una cifra che supera drasticamente le ultime quotazioni sancite dalla ormai tristemente nota CUN italiana.
Ma come è possibile una cosa del genere? Con buona pace dell’arcinoto mantra della libera concorrenza, il governo turco applica un sistema di prezzi amministrati protetti da barriere tariffarie. Inoltre, tramite il regime DIR (Dahilde İşleme Rejimi), la Turchia permette l’importazione di grano estero a dazio zero solo se finalizzata alla trasformazione industriale e alla successiva riesportazione, salvaguardando il prezzo del prodotto interno. Tradotto: niente dazi solo se il grano, una volta diventato pasta o cous-cous viene rivenduto all’estero, così da non creare concorrenza sleale interna.
Il confronto con il vecchio continente non mette in luce solo una differenza monetaria, ma evidenzia il fallimento strutturale dell’architettura della PAC (Politica Agricola Comune). L’Unione Europea eroga aiuti diretti disaccoppiati dalla produzione, lasciando che il prezzo del grano sia determinato esclusivamente dalle forze speculative globali. Tuttavia, la vera contraddizione politica emerge guardando alla destinazione dei fondi europei per la resilienza climatica.
Mentre i produttori marchigiani, italiani ed europei lottano contro i cambiamenti climatici e costi energetici insostenibili senza strumenti straordinari di tutela, l’UE finanzia programmi internazionali di rafforzamento rurale nei Paesi terzi con fondi per cooperazione e sviluppo rivolti a quegli stessi paesi che, spesso, alimentano la concorrenza ai nostri agricoltori. Moltissimi gli esempi come i 70 milioni di euro comunitari dati per sostenere per la filiera cerealicola in Tunisia, supportandone la transizione agroecologica od i 600 milioni di euro del piano Mattei che, fra le altre cose, prevede la costruzione di filiere del grano (con relativi pastifici) in vari paesi fra cui l’Algeria.
Per le Marche – regione a fortissima vocazione cerealicola dove il grano duro rappresenta non solo un pilastro economico ma l’identità stessa del paesaggio agrario – gli effetti dell’attuale congiuntura di mercato, aggravati anche da certe asimmetrie, corrono il rischio di essere devastanti. Le stime del settore indicano che la produzione turca di frumento per il 2026 potrebbe toccare i 22,8 milioni di tonnellate. L’eccedenza di questi volumi, immessa sui mercati mediterranei, esercita una pressione al ribasso sui prezzi proprio durante la nostra fase critica di raccolta.
La retorica del “libero mercato”, sostenuta passivamente dai governi nazionali, si rivela un gioco a senso unico: le nostre aziende devono rispettare standard ambientali e contrattuali rigidissimi, ma competono con grano estero prodotto in sistemi deregolamentati o fortemente sussidiati dallo Stato, come quello turco, appunto.
Fatto salvo il concetto che il sistema della pasta made in Italy (molto venduta all’estero) non può prescindere dalle importazioni alcune riflessioni sorgono comunque spontanee: fino a quando potrà reggere la cerealicoltura italiana in un contesto del genere? Per quale motivo la tanto sbandierata sovranità alimentare non è stata accompagnata da strumenti legislativi che realmente ne permettano tutela ed attuazione? I famosi prezzi minimi fondati sui reali costi di produzione della tanto sbandierata CUN a cosa sono serviti se non a qualche comunicato stampa dei soliti noti?









