Grenache, il Mediterraneo nel bicchiere che parla marchigiano

La riscoperta di un vitigno della regione capace di esprimere un vino rosso che gioca meno sulla potenza e più sulla seduzione
Economia
di Raffaello De Crescenzo

Nel racconto enologico delle Marche, storicamente dominato da Verdicchio e Montepulciano, sta emergendo con sempre maggiore chiarezza una narrazione parallela, meno ovvia ma estremamente contemporanea: quella dei vini mediterranei. Rossi solari, profondi, identitari, capaci di dialogare con il cambiamento climatico e con un gusto internazionale sempre più attento a equilibrio, bevibilità e carattere territoriale. In questo scenario, il Grenache – vitigno camaleontico per definizione – sta vivendo una nuova e sorprendente centralità, soprattutto nel sud della regione.

Conosciuto nel mondo con molti nomi – Garnacha, Cannonau, Alicante, Tai (o Ttocai) rosso, Bordò o Bastardo – il Grenache è una varietà figlia del Mediterraneo, dotata di una straordinaria capacità di adattamento. Dal punto di vista genetico le parentele sono importanti: l’università di Torino, infatti, aveva identificato la Vernaccia nera (famosa a Serrapetrona) come un clone del Grenache; in comune la nota di pepe, conferita dalla molecola rotundone.

Pierluigi Gorgoni

Come sottolinea Pierluigi Gorgoni, da oltre venti anni docente di materie enologiche presso la prestigiosa Alma-Scuola internazionale di Cucina italiana, nonché responsabile degustatori della guida vini dell’Espresso per ben 10 anni, “a livello darwiniano il Grenache possiede una plasticità unica: assorbe il terroir che lo accoglie e lo restituisce nel bicchiere in modo chiaro, riconoscibile”. È proprio questa caratteristica ad averne favorito la riscoperta nelle colline che guardano l’Adriatico, tra Piceno e Fermano, dove il vitigno era presente da oltre un secolo, ma spesso rimasto ai margini.

Negli ultimi anni, infatti, alcune aziende marchigiane hanno scelto di puntare su questa varietà, non per nostalgia, ma per visione. Il Grenache, infatti, è naturalmente predisposto a climi caldi, capace di esprimere maturità del frutto senza perdere freschezza, profondità aromatica senza eccessi muscolari. Un rosso che, rispetto al Montepulciano, gioca meno sulla potenza e più sulla seduzione, sulla complessità, sulla capacità di raccontare paesaggi fatti di macchia mediterranea, colline ventilate e mare vicino.

Questa nuova stagione del Grenache marchigiano è stata raccontata con grande efficacia durante l’ultima edizione di “Rosso di Sera”, svoltasi a fine novembre 2025 a Porto San Giorgio. La masterclass dedicata ai Grenache delle Marche, condotta proprio da Gorgoni, ha messo in luce un dato oggi difficilmente contestabile: le nove etichette del sud della regione attualmente in commercio si collocano stabilmente tra l’ottimo e l’eccellente. Un risultato che ha un nome sopra tutti: Oasi degli Angeli. “Con Kupra, Marco Casolanetti ha avviato una vera rinascita del vitigno, diventando riferimento stilistico e culturale per molti produttori – ha spiegato ancora Gorgoni, relatore della serata -. Un vino che, dalle prime annate a oggi, ha saputo evolvere verso una grandezza meno ‘ingombrante’ e più profonda, fatta di stratificazione aromatica, eleganza e tensione”.

Accanto a Oasi degli Angeli, si è consolidato un gruppo di aziende capaci di interpretare il Grenache in chiave personale e territoriale: Pantaleone, Clara Marcelli, Walter Mattoni, Maria Letizia Allevi, Irene Cameli, Poderi San Lazzaro, Dianetti, Le Caniette. Vini diversi per stile e ambizione, ma accomunati da una matrice mediterranea chiara e riconoscibile, che restituisce al vino marchigiano una voce nuova, meno scontata e sempre più internazionale.

Un filo rosso che non si è fermato alla teoria o alla degustazione tecnica, ma che ha trovato una declinazione conviviale e didattica anche ad Ancona. Il 6 febbraio di quest’anno, infatti, presso il ristorante La Lanterna da Ciro di San Marcello, la sezione anconetana della Scuola Europea Sommelier ha organizzato una cena-degustazione interamente dedicata al Grenache. Un viaggio tra territori e interpretazioni, dalla Rioja al Rodano, dalla Sardegna alle Marche, attraverso vini capaci di dialogare tra loro e con la cucina.

In abbinamento a un menu curato dallo chef Ciro Farella, si sono confrontati tre vini ottenuti da solo Grenache – il rosato spagnolo Nube de Leza Garcia, il marchigiano Cogito R. di Mirizzi, il Cannonau sardo “Caòr” di Quartomoro – con il Saint Ambroise del Domaine Pères de L’Église, AOC Côtes du Rhône, che vede anche la spinta del Syrah e del Carignan. Annate recenti e niente legno per questi vini uniti da una comune matrice aromatica – note ematiche, sentori balsamici, richiami di eucalipto – ma profondamente diversi per espressione. In particolare, il Grenache marchigiano e quello francese hanno mostrato una sorprendente capacità di integrazione con i piatti, confermando la grande vocazione gastronomica del vitigno.

Alessandro Calabrese e Paolo Grassini

Condotta con competenza e ritmo dal delegato Alessandro Calabrese, con il supporto di Paolo Grassini, la serata ha ribadito un concetto chiave: il Grenache non è un vitigno “minore”, ma una risorsa strategica. Per le Marche, oggi, rappresenta un ponte naturale tra identità territoriale e Mediterraneo globale. Un’uva da conoscere, studiare e valorizzare, anche in purezza, perché il futuro del vino marchigiano, può passare anche da qui.

Tags: Grenache, in evidenza, vino, vitigno

Suggeriti

Con i terreni impraticabili ecco il drone per la concimazione
Si possono escludere i propri terreni dalla caccia per motivi etici

Da leggere