Una vendemmia di buona qualità, ma tutt’altro che semplice. È questa, in estrema sintesi, la fotografia della campagna 2026 nelle Marche, dove il vino entra in cantina con aspettative positive sul piano enologico, ma con più di qualche interrogativo sul futuro economico e produttivo del comparto.
Nella regione la viticoltura coinvolge circa 14 mila aziende e 17.500 ettari di superficie, con il 76% della produzione a denominazione e quasi il 40% della superficie certificata biologica. Numeri che raccontano il peso del vino non soltanto per l’agricoltura, ma anche per il paesaggio, l’economia e l’identità di molti territori marchigiani.
Il 2026, però, ha imposto alle aziende un’accelerazione. Le alte temperature, infatti, hanno anticipato la maturazione e, in diversi casi, la vendemmia è iniziata 10-15 giorni prima rispetto alle tempistiche tradizionali. Una finestra di raccolta più stretta ha significato maggiore pressione sulla manodopera, turni organizzati nelle ore più fresche della giornata e una complessa gestione di squadre, mezzi e conferimenti in cantina.

«Nella nostra regione la quantità è inferiore rispetto allo scorso anno e la qualità è piuttosto buona, anche se in alcune zone si è sofferta l’arsura importante», spiega Federico Castellucci, presidente di Confagricoltura Marche e figura di riferimento sul piano enologico.
Una sintesi che fotografa bene una stagione nella quale le differenze territoriali hanno pesato in maniera significativa. Disponibilità idrica, esposizione, altitudine e caratteristiche dei suoli hanno contribuito a determinare risultati differenti anche all’interno della stessa regione. In diverse aree il calo produttivo si colloca tra il 10 e il 15%, con punte superiori nelle zone maggiormente esposte alla siccità o ad eventi estremi, come la grandine, che ha lasciato conseguenze particolarmente pesanti: «Dove è arrivata la grandine, i danni sono stati ingenti, con perdite anche oltre al 40%», sottolinea ancora Castellucci. Un problema che non si esaurisce necessariamente con la vendemmia. «La grandine colpisce non solo l’uva, ma anche la pianta e quindi potrebbero esserci problemi anche per l’anno prossimo».
È il segnale di una viticoltura chiamata a confrontarsi sempre più spesso con condizioni climatiche difficili e meno prevedibili. Le aziende stanno reagendo aumentando il livello di attenzione tecnica: monitoraggio della maturazione, gestione del vigneto, protezione dei grappoli, cura della sostanza organica del suolo e scelta del momento della raccolta sono diventati strumenti essenziali.
Tuttavia, se la qualità delle uve rappresenta la buona notizia dell’annata, il capitolo dei costi racconta una realtà decisamente più complessa, in cui gasolio agricolo, energia elettrica per irrigazione e raffreddamento delle uve, fertilizzanti, lavorazioni meccaniche e manodopera hanno inciso pesantemente sui bilanci.
Nel materiale vengono indicati, tra gli altri, un aumento del 65,5% dell’energia elettrica necessaria per irrigazione e raffreddamento rispetto ad agosto 2025, un aumento di più del 20% per i fertilizzanti e un incremento del costo del lavoro.

«Un’annata di qualità piuttosto buona permetterà anche a chi è meno attrezzato di portare sul mercato ottimi prodotti», osserva Castellucci. Ma la qualità, da sola, non basta: per trasformarla in valore economico sarà fondamentale lavorare sulla capacità di raccontare e promuovere il vino marchigiano. «Fondamentale sarà il lavoro di comunicazione, utilizzando investimenti sia pubblici che privati, per promuovere il vino marchigiano, cercando anche di fare sistema per penetrare taluni mercati. Fare rete è assolutamente necessario per non ritrovarsi tagliati fuori dai circuiti più importanti».
Il tema della competitività, quindi, si sposta inevitabilmente anche fuori dalla vigna. Se produrre bene diventa sempre più difficile e costoso, diventa altrettanto importante riuscire a conquistare mercati, costruire valore intorno alle denominazioni e presentarsi con una strategia comune. La qualità deve essere accompagnata da comunicazione, promozione e capacità di fare sistema.
C’è poi una questione ancora più strutturale: quella del vigneto regionale. Castellucci invita a una riflessione sulla possibilità di programmare alcuni espianti nelle aree meno performanti, concentrando la produzione nelle zone maggiormente vocate. «Il Regolamento Comunitario prevede fondi proprio per questo», ricorda, ipotizzando anche la possibilità, in futuro, di rinnovare il parco vigneti regionale con impianti più moderni e adeguati alle nuove condizioni, a partire dalla crescente carenza idrica.
È una prospettiva che si inserisce in un quadro nel quale il cambiamento climatico non appare più come un fenomeno occasionale. Il tema dell’acqua, infatti, è diventato centrale e richiede strumenti strutturali, mentre le imprese devono contemporaneamente affrontare costi crescenti e una disponibilità di manodopera stagionale sempre più difficile.
La vendemmia 2026 lascia dunque nelle Marche vini ancora tutti da scoprire, ma anche una domanda molto concreta: quanto sarà possibile continuare a produrre qualità se il sistema non riuscirà a garantire redditività alle aziende?
La risposta non passa da un solo intervento. Servono acqua, innovazione, investimenti, promozione, capacità di fare rete e una riflessione seria sulla struttura stessa del vigneto regionale. Perché, come dimostra questa annata, oggi non esiste più una sola vendemmia marchigiana: esistono tanti territori, condizioni e risposte diverse. E il futuro del vino regionale dipenderà dalla capacità di trasformare queste differenze in una strategia comune.









