Prezzo del grano duro, il profondo divario tra CUN e realtà

La Commissione Unica Nazionale per il grano duro, attesa da anni, non è ancora riuscita a far risalire le quotazioni
Economia
di Alberto Maria Alessandrini

Con il debutto in pompa magna avvenuto nel gennaio 2026, la Commissione Unica Nazionale (CUN) per il grano duro ha finalmente mosso i suoi primi passi. Uno strumento atteso per anni, nato con l’ambizione di mettere ordine in un mercato spesso opaco, frammentato ed in mano alla speculazione al fine di dare una voce unitaria al prodotto simbolo del Made in Italy agroalimentare. Tuttavia, dopo l’euforia iniziale degli annunci, l’entusiasmo è temperato da una realtà economica che fatica a piegarsi ai decreti.

La spinta per la creazione della CUN è arrivata da una crisi strutturale: per troppo tempo il prezzo del grano duro italiano è stato ostaggio di una volatilità estrema, slegata dai costi di produzione. In un contesto di rincari per sementi, carburanti e fertilizzanti, gli agricoltori si sono trovati spesso a vendere “sottocosto”.

Nobili le intenzioni come fornire un unico listino di riferimento nazionale per superare la frammentazione delle singole Borse Merci (Foggia, Bari, Bologna) e ridurre l’asimmetria di potere tra i produttori (frammentati) e i grandi trasformatori (molini e pastifici). Ulteriore aspetto che si vorrebbe raggiungere, indispensabile per il mondo agricolo, è la sostenibilità economica definendo un prezzo che non sia solo frutto di speculazioni internazionali, ma che tenga conto anche del valore reale e dei costi sostenuti nei campi italiani.

Nonostante l’avvio, però, i primi listini della CUN riflettono la prudenza del mercato. Nelle ultime sedute di gennaio 2026, mentre la CUN ha provato a stabilire un punto di incontro che tenesse conto dei reali costi di produzione (31,8 euro al Sud e 30,3 al Centro-Nord) le quotazioni reali nelle piazze storiche mostrano ancora una sofferenza evidente: Foggia 285,00 – 290,00 euro oppure Bologna 265,00 – 270,00 euro.

Il nodo gordiano resta però l’efficacia normativa. La CUN fornisce un prezzo di riferimento, ma non esiste alcuna legge che obblighi pastifici e molini ad acquistare a quella cifra. In un mercato globale, l’industria della trasformazione può sempre guardare alle importazioni (Canada, Turchia, Kazakistan) se il prezzo nazionale risulta troppo distante dai mercati internazionali (attualmente stabili intorno ai $265$ €/t).

A tal proposito, non si può che osservare come la mancanza di sanzioni o vincoli all’acquisto in capo ai trasformatori finali non può che rendere del tutto inutile qualsiasi forma di prezzo minimo il ministero voglia o possa fissare.

La montagna che ha partorito, per ora, un topolino. Globalizzazione e mercato comune europeo, infatti, se non limitati non potranno mai rendere realmente efficace tale strumento rendendo concreto il rischio che il “prezzo unico” resti solo un numero su un bollettino, mentre i produttori continueranno a guardare al cielo e ai conti in rosso.

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