È nata Tenute Adriatiche. Michele Maiolini, agronomo e presidente, ci presenti questa nuova realtà
“Si tratta di una rete di imprese agricole e vitivinicole che coinvolge aziende tra le province di Ascoli Piceno e Ancona. Nasce dall’esigenza di numerose realtà produttive, molte delle quali ex socie Moncaro, che dopo il crac della principale cooperativa vitivinicola delle Marche hanno deciso di non affrontare da sole le difficoltà del mercato, ma di fare squadra. Abbiamo messo insieme ettari di vigneto, competenze tecniche, capacità imprenditoriali e relazioni commerciali con un obiettivo chiaro: rafforzare la filiera, valorizzare le produzioni locali e creare nuove opportunità di sviluppo per le aziende del territorio. Non è una cooperativa tradizionale, ma una rete flessibile, in cui si condividono progetti, servizi e strategie commerciali, lasciando però ampia autonomia operativa a ciascuna impresa”.

Ma la rete non era stata presentata ufficialmente nell’agosto dello scorso anno?
“Quella era stata la nostra prima uscita pubblica. Dopo la crisi Moncaro, quindici aziende agricole ex socie si sono riorganizzate per non restare ostaggio degli eventi. Abbiamo iniziato a coordinarci per la gestione della vendemmia, per il conferimento delle uve al commissario Cocconi nominato dal Ministero e per capire come tenere in piedi il valore del lavoro di anni. Oggi, con Tenute Adriatiche, entriamo nella fase operativa: non siamo più solo un gruppo che reagisce a un’emergenza, ma una rete che vuole programmare, investire, costruire un futuro. L’obiettivo è diventare un punto di riferimento stabile per il comparto agroalimentare marchigiano, a partire dal vino ma andando oltre”.
Che cosa vi distingue?
“Il modello: siamo una rete di imprese, non una struttura rigida. Ci uniamo su progetti condivisi, sulla programmazione produttiva e commerciale, ma ogni azienda mantiene la propria identità e la propria gestione interna. È una forma organizzativa snella, pensata per essere competitiva senza creare sovrastrutture costose. Inoltre, fin dall’inizio abbiamo dato un’impronta fortemente tecnica: le scelte non sono solo amministrative o politiche, ma nascono da valutazioni agronomiche, dalla qualità delle uve, dalla sostenibilità delle rese, dall’analisi reale delle esigenze del mercato”.
Una visione che va oltre il vitivinicolo…
“Oggi il motore è sicuramente il comparto vitivinicolo, perché è lì che la crisi si è manifestata in modo più evidente: cantine con vasche piene di vino, difficoltà di collocamento, tensioni con i conferitori, prezzi non sempre remunerativi. Ma le nostre aziende non sono solo vigneti. Abbiamo produzioni cerealicole, orticole e altre colture di qualità. L’idea di Tenute Adriatiche è costruire una filiera agroalimentare integrata che metta insieme uva, grano, ortaggi e altre produzioni tipiche marchigiane, con lo scopo di proporre al mercato, e in particolare al turismo enogastronomico, un vero ‘prodotto Marche’. Non vogliamo essere solo fornitori di materie prime, ma costruttori di identità territoriale, di pacchetti di offerta, di percorsi di valorizzazione che tengano insieme qualità, origine e sostenibilità”.
La crisi del settore vino – cantine sature, prezzi bassi, difficoltà a vendere – quanto ha inciso sulla scelta di creare una rete come la vostra?
“Ha inciso moltissimo. Oggi non è solo una questione marchigiana: ovunque, dal nostro territorio alla Toscana, si registrano situazioni in cui le cantine non sanno più dove mettere il vino, anche in aree con denominazioni forti. In questo contesto, il singolo produttore che da solo porta in cantina 10.000 quintali di uva non ha la stessa forza contrattuale di chi arriva organizzato. Noi abbiamo capito che era necessario superare la logica del conferitore isolato e cominciare a ragionare come filiera. Tenute Adriatiche nasce per dare agli agricoltori un interlocutore forte, capace di sedersi ai tavoli con le cantine, con chi trasforma e con i buyer, programmando insieme superfici, varietà, rese e volumi e difendendo allo stesso tempo il valore delle uve e del lavoro in campo”.
Nel vostro progetto c’è un appello esplicito alle cantine che acquistano uve marchigiane. Che cosa offrite loro e che cosa chiedete in cambio?
“Alle cantine diciamo: non vi trovate più di fronte solo a tanti piccoli conferitori sganciati tra loro, ma a una rete organizzata, in grado di garantire qualità e continuità. Possiamo offrire uve provenienti da diverse aree del territorio, con una base associativa ampia che permette di programmare le forniture, rispettare gli impegni e lavorare su profili qualitativi omogenei. Lavorando insieme sulla parte tecnica, possiamo adeguare la gestione dei vigneti alle esigenze enologiche e di mercato. In cambio chiediamo rapporti strutturati, di medio-lungo periodo, e prezzi coerenti con la qualità richiesta e con i costi reali di produzione. Chiediamo trasparenza nella programmazione delle campagne e nel definire, insieme, quantità e tipologie di prodotto. In sostanza, proponiamo alle cantine un interlocutore unico, affidabile e rappresentativo del territorio, che rende più semplice l’incontro tra domanda e offerta e allo stesso tempo dà più forza ai viticoltori”.
La rete è dichiaratamente aperta. A chi è rivolta e come si entra in Tenute Adriatiche?
“È rivolta ad aziende agricole, cooperative, imprese di trasformazione e, più in generale, agli operatori della filiera agroalimentare che condividono una visione: essere più competitivi non contro qualcuno, ma insieme. Chi è interessato ci contatta, ci sediamo a tavolino, analizziamo le produzioni, le superfici, la storia aziendale e gli obiettivi. Non si tratta di “iscriversi” a un contenitore vuoto, ma di capire come una nuova impresa può inserirsi in progetti concreti che già stiamo portando avanti o che vogliamo sviluppare. Cerchiamo realtà disposte a partecipare alla costruzione di servizi comuni – dalla promozione alla logistica, dalla consulenza tecnica all’apertura verso nuovi mercati – e a ragionare non solo sulla singola vendemmia, ma su percorsi di medio periodo”.
Dopo il crac Moncaro sono nate anche altre esperienze, come la cooperativa Uve Unite. Come vi collocate rispetto a queste realtà?
“Io considero la nascita di nuove realtà come Uve Unite un segnale di vitalità del territorio. Vuol dire che gli agricoltori non si sono limitati ad attendere soluzioni dall’alto, ma hanno provato a costruirle. Tenute Adriatiche è una rete di imprese, Uve Unite è una cooperativa: sono strumenti diversi, con logiche diverse, ma non vedo motivo per contrapporli. Anzi, credo che, mantenendo ciascuno la propria identità, si possano creare sinergie intelligenti. Il vero obiettivo dev’essere rafforzare complessivamente il vino marchigiano e l’immagine del territorio sui mercati, dall’Italia alla Germania, dal Belgio al Regno Unito, fino a paesi come Svezia e Giappone, dove i nostri prodotti sono già presenti e possono crescere ancora. Se restiamo prigionieri di divisioni interne, chi ci guadagna è solo la concorrenza”.
Lei ha seguito da vicino anche le fasi più delicate della vicenda Moncaro. Che cosa l’ha colpita di più di quella crisi?
“Mi ha colpito il modo in cui certe dinamiche interne sono state raccontate all’esterno. Spesso conflitti tra gruppi dirigenti, divergenze strategiche e resistenze verso nuovi ingressi industriali sono stati presentati come semplici screzi personali o questioni caratteriali. La realtà era più complessa. Ho osservato per mesi, studiato i comportamenti, le scelte, le relazioni tra chi guidava i processi decisionali, e ho visto quanto il racconto pubblico venisse, in certi casi, costruito per orientare l’opinione dei soci e del territorio. È stato un grande esercizio di manipolazione, in cui il produttore, l’agricoltore, è rimasto spesso spettatore. Tenute Adriatiche nasce anche da quella lezione: vogliamo un modello in cui chi lavora la terra non sia l’ultima voce a essere ascoltata, ma uno dei protagonisti della strategia”.
Da agronomo e presidente, che ruolo si è dato all’interno della rete?
“Ho un ruolo tecnico e un ruolo di regia. Come agronomo mi occupo di leggere i vigneti, di aiutare le aziende a impostare una gestione che tenga insieme qualità, rese sostenibili e costi controllati. Lavoro sulla parte produttiva, dalla scelta delle varietà alla conduzione agronomica, perché se non partiamo da uve sane e di qualità, tutto il resto si regge male. Come presidente cerco di costruire relazioni con cantine, buyer, istituzioni, altri soggetti della filiera. Il mio compito è tenere aperto i canali di dialogo, promuovere accordi di filiera e portare la voce dei produttori ai tavoli dove si decide. In pratica cerco di fare da ponte tra il campo e il mercato: tradurre le esigenze agronomiche in scelte commerciali sensate e, allo stesso tempo, aiutare le aziende a strutturarsi in modo coerente con ciò che il mercato chiede davvero”.
In conclusione, che messaggio vuole mandare oggi agli agricoltori e agli operatori del settore?
“Il messaggio è che da soli, in un contesto come quello attuale, è sempre più difficile farcela. Le crisi del vino di questi anni lo dimostrano chiaramente. Solo facendo sistema, con intelligenza, trasparenza e rispetto delle singole identità, possiamo valorizzare fino in fondo le eccellenze agricole delle Marche e costruire un percorso di crescita sostenibile per le nostre aziende. Tenute Adriatiche non è un fine in sé, è uno strumento: uno strumento che gli agricoltori possono usare per recuperare forza contrattuale, visibilità e prospettive. A cantine, produttori e operatori dell’agroalimentare dico semplicemente questo: parliamoci, mettiamo sul tavolo i problemi ma anche le idee, costruiamo progetti comuni invece di inseguire soluzioni individuali. È il momento di smettere di subire le crisi e cominciare, per quanto possibile, a governarle insieme”.









