Nel celebre dipinto dell’Annunciazione di Carlo Crivelli, sullo sfondo compare una colombaia con esemplari caratterizzati da un tratto distintivo: le zampe piumate. Un dettaglio che, grazie a un importante lavoro di recupero delle razze autoctone marchigiane da parte dell’Associazione Colombofila Avicunicola Picena, testimonia una presenza discreta ma significativa di colombi sul territorio regionale.
Si tratta, in particolare, del Colombo Ascolano, una razza che per decenni era scomparsa e che oggi è stata recuperata.
Competizioni, razze italiane e razze autoctone

L’associazione nasce nel 1984 a Castel di Lama in provincia di Ascoli Piceno dall’iniziativa di sette appassionati che si riunivano in un bar cittadino, accomunati dall’interesse per i colombi ornamentali. “All’inizio – racconta il presidente di ACAP Gabriele Brandimarte – allevavamo soprattutto razze estere.” Col tempo però l’attenzione si sposta. Incontri, ricerche e nuove scoperte portano i soci a concentrarsi sulle razze italiane e soprattutto su quelle del territorio marchigiano.
Un passaggio non scontato, in un contesto in cui l’avicoltura era storicamente più diffusa nel Nord Italia, con poli importanti come Reggio Emilia, mentre nelle Marche mancava una vera valorizzazione delle varietà autoctone.
Dalla ricerca storica al Colombo Ascolano
Il recupero del Colombo Ascolano nasce da un percorso lungo e in parte casuale. Tutto prende avvio da una lettera arrivata in sede, racconta Brandimante: due fratelli del maceratese suggeriscono di indagare sull’esistenza del “Sassetto Piceno”, una presunta razza di colombi da caccia ormai scomparsa.
La ricerca non porta risultati diretti, ma apre una pista più solida. Grazie alle ricerche dello studioso Angelo Guido Cantalamessa, emerge l’esistenza di una popolazione di colombi marchigiani detti “Fattori”, di grande taglia, esportati in passato fuori regione.
Alcuni esemplari erano stati portati a Napoli, altri a Bologna dal naturalista Alessandro Ghigi per la creazione del colombo romagnolo. Lo stesso Ghigi, in un viaggio a Napoli riconobbe gli stessi colombi e dichiarò nei suoi scritti che i soggetti utilizzati per la creazione della razza romagnola erano di origine marchigiana e ne costituivano pertanto i progenitori.
A quel punto prende avvio il lavoro sul campo: visitare allevamenti di romagnoli per individuare soggetti che conservassero ancora i caratteri originari, non alterati da incroci successivi. Un lavoro complesso di selezione genetica, portato avanti anche grazie al supporto dell’AMAP.
“Così siamo riusciti a riportare la razza in purezza e a recuperare il Colombo Ascolano”, spiega Brandimarte.
Il percorso prosegue poi con il riconoscimento ufficiale e con la partecipazione a esposizioni internazionali: già nel 2010 alcuni esemplari vengono presentati a un campionato europeo a Metz, segnando uno dei primi passaggi pubblici della razza recuperata.
Il Colombo Ascolano: caratteristiche e valore
Riguardo al Colombo Ascolano si tratta di una delle razze italiane più antiche, documentata già nel 1768 e storicamente diffusa non solo nelle Marche.
Un colombo di grande mole (800–900 grammi), con petto ampio e arrotondato, dorso largo che si restringe verso la coda formando una linea inclinata, ali forti con remiganti adagiate sopra la coda senza incrociarsi. Le zampe sono di media lunghezza ma caratterizzate dalla presenza di piume (pantofole) e speroni, elemento distintivo della razza.
Il piumaggio è ricco, soffice e leggermente allentato, e si presenta in diverse varianti: nero, bianco, farfallato, tigrato e pezzato. Nei soggetti neri il colore deve essere uniforme e intenso, con riflessi verde scarabeo sul collo.
Dal punto di vista produttivo, nonostante la mole, la razza mantiene ottime capacità riproduttive, con fino a 8 covate annue e circa 16 giovani per coppia. È inoltre rustica, docile e adattabile, capace di vivere in diversi ambienti e convivere facilmente con altri esemplari.
Oggi è iscritto nel repertorio regionale delle razze autoctone ed è allevato da un numero limitato di allevatori nella provincia di Ascoli Piceno.
Non solo colombi: le altre razze recuperate
Ma il lavoro dell’associazione non si è fermato al Colombo Ascolano. Anzi, proprio da questo primo successo è partita un’azione più ampia di recupero della biodiversità animale marchigiana.
Tra le razze più significative c’è il Coniglio Nero Gigante del Piceno, una razza creata nel 1935 dal preside Simoncini presso l’Istituto Agrario di Ascoli Piceno, partendo da un ceppo locale rustico ma di piccola taglia. Attraverso un’attenta selezione si ottenne un animale più grande (fino a 6–6,5 kg), dal mantello nero lucente e dalle ottime capacità produttive. Oggi la razza è ancora presente sul territorio, spesso in allevamenti familiari per autoconsumo, ma necessita di un lavoro continuo di selezione per mantenerne la purezza genetica.

Accanto al coniglio troviamo la Gallina Marchigiana, diffusa storicamente in diverse aree della regione (dal pesarese fino al Piceno) o il Tacchino Marchigiano, una razza rustica di piccola taglia (fino a 6,5 kg il maschio) storicamente molto diffusa nelle campagne marchigiane, dove rappresentava una vera e propria economia rurale. Oggi sopravvive in piccoli allevamenti familiari, mantenendo caratteristiche fondamentali come la capacità di pascolo, l’adattabilità e l’ottima attitudine alla cova.
A queste si aggiungono l’Oca delle Marche, tradizionalmente legata al periodo della mietitura e caratterizzata da dimensioni più contenute rispetto ad altre razze, e l’Anatra del Crivelli, il cui nome richiama la sua presenza in un’altra opera dell’artista, il Beato Gabriele Ferretti in estati.
Un patrimonio da salvare tra difficoltà e prospettive
Tutte queste razze – spiega Brandimante – condividono una condizione comune: sono a rischio di erosione genetica. Senza un’attività di tutela, rischiano di scomparire o di essere progressivamente contaminate da incroci.
“Oggi vengono allevate da soci dell’associazione e da alcuni allevatori custodi, ma in numeri limitati. Il Colombo Ascolano rappresenta il caso più strutturato, con una popolazione che supera i cento esemplari, mentre per altre razze la consistenza è molto più ridotta”.
Le difficoltà infatti non mancano: i costi dell’allevamento, le normative sanitarie sempre più stringenti e la mancanza di ricambio generazionale rendono complesso portare avanti questo lavoro. “Molti allevatori stanno rinunciando – spiega Brandimarte – e trasmettere questa passione ai giovani è sempre più difficile”.
Eppure, il valore di queste razze resta enorme. Non solo per la qualità delle produzioni, ma per ciò che rappresentano: un patrimonio genetico, culturale e storico unico, che racconta il legame tra territorio, agricoltura e tradizione, “salvaguardarle significa mantenere viva una parte dell’identità marchigiana”.









