Cinghiali, nelle Marche un problema strutturale fuori controllo

Tra danni all’agricoltura, caccia inefficace e filiere controverse, la crescita dei cinghiali nella regione resta senza soluzioni concrete
Economia

Se l’emergenza è una “condizione improvvisa e non prevista” collegare questo termine alla questione dell’impatto dei cinghiali all’agricoltura marchigiana rappresenta un’associazione assolutamente scorretta. I milioni di euro di danni alle colture, le migliaia di esemplari presenti ed i continui incidenti che avvengono sulle strade ormai da oltre un decennio hanno reso la questione cinghiali una situazione, purtroppo, ormai strutturale alla quale non si è ancora riusciti a porre rimedio.

Secondo le stime più recenti, i danni alle coltivazioni agricole superano i 5 milioni di euro solo nella regione Marche, con i cinghiali responsabili del 75% dei sinistri provocati dalla fauna selvatica. Interi campi interi rasi al suolo, raccolti persi e aziende costrette a ridurre o abbandonare produzioni tradizionali (mais, girasole, vite, legumi). I risarcimenti, scarsi, arrivano con ritardo e gli agricoltori si trovano, però, schiacciati tra due fuochi: da un lato i cinghiali, dall’altro un sistema di gestione degli stessi che, troppo spesso, sembra più orientato a preservarli come “risorsa” che a contenerli davvero.

Se nel dibattito quotidiano l’impegno sembrerebbe formalmente orientato ad una eradicazione di questo animale (storicamente estraneo a molte zone della regione) nei fatti il modo in cui tale obiettivo viene perseguito suggerirebbe ben altri interessi. Difficoltà nella gestione delle zone fra le varie squadre di “cinghialai” , tensione fra i gruppi di cacciatori stessi, conflitti tra attività venatoria e mondo agricolo spesso sfociato in minacce e ostilità di vario tipo. Quella al cinghiale, sembrerebbe, più che una caccia una forma di allevamento…sui fondi altrui però.

Sono sempre di più, infatti, gli imprenditori agricoli che denunciano un prelievo selettivo che non riduce davvero la popolazione, ma la mantiene “sana” ed abbondante. “I vecchi maschi e le matriarche vengono abbattuti all’occorrenza preservando i riproduttori e i giovani affinché il ‘gioco’ non finisca” e il concetto che si sente ormai ripetere nelle aziende agricole di ogni provincia marchigiana. Risultato? I branchi si ricostituiscono velocemente e i danni continuano.

Potrebbe sembrare un paradosso, ma la stessa caccia può rappresentare un volano per l’aumento demografico di una specie. La ricerca sul cinghiale, infatti, lo dimostra da anni e vale anche per le Marche. Quando si prelevano sistematicamente gli individui più vecchi e dominanti (soprattutto le matriarche adulte), si rimuove il meccanismo naturale di inibizione riproduttiva: le femmine giovani entrano in estro prima, partoriscono cucciolate più numerose e talvolta due volte l’anno. I maschi sub-adulti, senza competizione, si riproducono più precocemente. Il cinghiale ha una capacità di recupero demografico altissima (fino al 100-150% annuo). Se il prelievo resta sotto il 60-70% della popolazione e colpisce soprattutto gli adulti, la risposta è un aumento della natalità e della dispersione dei giovani.

Nelle Marche, però, il Piano regionale 2025-2026 (DGR 699/2025) per la caccia di selezione fissa obiettivi precisi: 60% giovani (0-12 mesi) e 40% adulti, con priorità all’abbattimento dei piccoli in presenza di femmine accompagnate. Sembra un passo verso il controllo ma nella pratica quotidiana – braccate, appostamenti, selezione – spesso prevale la logica opposta: si preferiscono i capi grandi (trofei) e si tende a “graziare” i riproduttori per garantire la continuità della specie. Il risultato è lo stesso osservato in Toscana e in altre regioni: nonostante centinaia di migliaia di abbattimenti nazionali all’anno, la popolazione italiana è salita a oltre 2 milioni di capi. Anche nelle Marche i piani straordinari di controllo ci sono, ma i numeri reali del prelievo non sembrano invertire la curva.

Una soluzione, almeno nelle intenzioni, proposta è stata la creazione della filiera del cinghiale. Idea buona più nei propositi che nella pratica. Mattatoi mobili finanziati con soldi pubblici, tariffe veterinarie per le visite delle carcasse gratuite, possibilità di immettere la carne di cinghiale nel mercato hanno trasformato il cinghiale da problema a risorsa (di certo non per gli agricoltori). Una scelta anomala già solo sotto il profilo normativo ed in deroga al principio secondo cui la carne di animali selvatici cacciati non è equiparabile a quella di allevamento e, in linea generale, la commercializzazione è fortemente limitata da regole igienico-sanitarie (Reg. CE 853/2004 e linee guida nazionali).

Una situazione involontariamente divenuta paradossale: invece di disincentivare la presenza dei cinghiali, la filiera li rende redditizi. Un cacciatore che può vendere la carne (o cederla a trasformatori) ha un interesse economico a mantenere alta la densità di popolazione. Alcuni parlano apertamente di “allevamento libero” sui terreni altrui: i cinghiali si nutrono gratis nei campi delle aziende agricole, i cacciatori li abbattono quando conviene e incassano. In un meccanismo del genere i macelli mobili (o centri di raccolta) rischiano di diventare lo strumento che perpetua il circolo vizioso invece di spezzarlo.

Gli agricoltori marchigiani, però, non chiedono l’estinzione del cinghiale, ma una gestione seria: a tal proposito Confagricoltura Marche da oltre un decennio chiede prelievi mirati sulle classi riproduttive (femmine adulte e piccoli), un cambio di passo significativo nella gestione degli ATC (zone di caccia più piccole, rotazione vera delle squadre, introduzione di professionisti che abbiano come unico obiettivo il prelievo dei cinghiali secondo le quote stabilite dalla Regione) in sostanza una caccia che abbia come obiettivo principale il contenimento e non il mantenimento della popolazione per fini venatori o commerciali.

“La filiera della carne può essere uno strumento utile solo se accompagnata da target di abbattimento realmente efficaci (superiore al 70% annuo in aree critiche) e da un monitoraggio scientifico indipendente. Altrimenti resta un palliativo che scarica sugli agricoltori il costo” ricorda Alessandro Alessandrini direttore Confagricoltura Marche che aggiunge “Caccia ed agricoltura sono attività con radici storiche profondamente legate e dobbiamo fare in modo che non si generino conflitti. Le scelte portate avanti negli ultimi decenni hanno profondamente indebolito il settore agricolo senza riuscire a contenere davvero il numero di questi animali. Più che l’introduzione di nuove regole o norme quello che oggi è più che mai necessario è il controllo puntuale, da parte degli organi preposti, affinché quanto stabilito sulla carta venga realmente applicato nella pratica.”

Tags: caccia al cinghiale, cinghiali, danni da cinghiali, in evidenza

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