Colombacci e limacce (le lumache senza guscio) mettono a repentaglio la coltivazione del girasole, con casi segnalati di imprese agricole già costrette ad effettuare la seconda semina. Lo rileva il presidente di Confagricoltura Macerata, Andrea Pettinari, sottolineando come l’utilizzo del metaldeide per le esche, richiesto a più riprese dalla stessa associazione a livello regionale e parzialmente autorizzato per mantenere i benefici dell’ecoschema 4, abbia mitigato solo in parte un problema che puntualmente si ripresenta nel mese di maggio quando i cotiledoni fanno la loro comparsa.

“Perché, se sulle limacce queste esche hanno la loro riuscita – aggiunge Pettinari – non vi sono strumenti contro i colombacci. Non essendo una specie cacciabile non si può fare neanche abbattimento selettivo come nel caso dei piccioni . Gli stessi dissuasori, i cosiddetti cannoncini, sono fortemente limitativi laddove il girasole è coltivato in prossimità di zone abitate”.
Eppure questa coltura che rappresenta per l’agricoltura marchigiana l’unica vera rotazione al grano duro – rendendo marginali la scelta di colza o barbabietola – beneficia di un prezzo ancora interessante, negli ultimi tempi, ben più vicino al livello massimo nelle fluttuazioni tra i 30 e i 50 euro al quintale che si registrano nelle quotazioni ufficiali.
Le stime indicano che un quantitativo dai 25 quintali in su ad ettaro, agli attuali prezzi, è in grado di assicurare un reddito soddisfacente, tenuto conto anche dell’aiuto accoppiato di 111 euro/h.
Conti che gli imprenditori agricoli marchigiani conoscono bene, così come le condizioni ideali per questa coltura dei nostri terreni, tanto da fare delle Marche la prima regione per produzione di girasole, attestandosi intorno ai 40 mila ettari, su una coltivazione che nell’intero territorio italiano è pari a circa 110 mila ettari. Per la verità un calo si è registrato negli ultimi tempi in fatto di ettari coltivati, un campanello di allarme su cui è importante riflettere seriamente.
Anche perché il girasole, come più volte ricordato anche da Marche Agricole, è una coltura che non solo genera reddito alle imprese agricole, ma contribuisce a caratterizzare ed identificare il paesaggio marchigiano, con risvolti paesaggistici, ambientali e turistici che le istituzioni fanno oggettivamente ancora fatica a comprendere.
Di certo però le insidie dei volatili (colombacci e piccioni) ricordate dal presidente id Confagricoltura Macerata si ripresentano in prossimità del raccolto, con i semi della calatide particolarmente ambiti. Laddove c’è grande intensità colturale, il danno si può attutire, ma in prossimità dei centri abitati, dove le colonie di piccioni sono maggiori, è un vero problema. Emblematica, ad esempio, la scelta delle imprese agricole attorno Firenze che hanno definitivamente abbandonato tale coltura.
Volatili a cui, tanto per non farsi mancare nulla, si aggiungono anche i cinghiali, rendendo quello degli ungulati un problema per certi versi ancora più insidioso, specialmente nelle zone interne: qui, riuniti spesso in piccoli branchi, i cinghiali per mangiare un po’ di seme schiacciano piante su piante ad un mese dal raccolto, facendo perdere di fatto gran parte della produzione.









