Nell’era della post-verità, anche l’agricoltura è diventata terreno di scontro ideologico. Il caso del glifosate è emblematico: da anni al centro di una tempesta mediatica e politica, la molecola più studiata al mondo viene oggi trattata come un feticcio del “male” da abbattere a ogni costo. Eppure, se si sposta lo sguardo dai salotti televisivi ai campi, la realtà appare radicalmente diversa. L’approccio al tema degli agrofarmaci non può e non deve essere ideologico, ma deve ancorarsi esclusivamente alle evidenze scientifiche, oltre che alle necessità tecniche di chi la terra la lavora davvero.
La questione che, però, molti detrattori ignorano – o fingono di ignorare – è che il glifosate è il pilastro fondamentale dell’agricoltura conservativa. Pratiche come la semina su sodo (No-Till), che prevedono la semina direttamente sui residui della coltura precedente senza arare, dipendono direttamente dall’efficacia sistemica di questa molecola.
I benefici di questo approccio sono puramente ecologici:
- stop all’erosione: mantenere il suolo intatto preserva la biodiversità microbica e la struttura del terreno;
- sequestro del carbonio: un terreno non arato trattiene la CO_2 invece di rilasciarla in atmosfera
- risparmio di idrocarburi: meno passaggi del trattore significano meno gasolio bruciato e meno emissioni (questione tutt’altro che irrilevante alla luce delle attuali difficoltà di approvvigionamento di carburanti)
Eliminare il glifosate, oggi, significa, paradossalmente, costringere gli agricoltori a tornare all’aratura pesante, distruggendo decenni di progressi nella tutela del suolo e aumentando l’impronta carbonica del settore.
La retorica del “passaggio al naturale” propone, invece, sempre più spesso l’acido pelargonico come panacea. Ma la scienza non accetta scorciatoie emotive. L’acido pelargonico è un diserbante di contatto: brucia ciò che vede ma non tocca le radici. Il risultato? Le infestanti rinascono dopo pochi giorni, rendendo necessari interventi continui. A questo si aggiunge un impatto economico e logistico insostenibile: dosaggi dieci volte superiori al glifosate e costi esorbitanti che affossano la competitività delle nostre aziende.
Definirla un’alternativa efficace non è solo un errore tecnico, è una mistificazione della realtà produttiva. In questo scenario, ciò che appare davvero ridicolo – se non tragico – è l’atteggiamento di alcune organizzazioni di categoria che della mistificazione, ben raccontata, hanno fatto una cifra dominante del loro operare. Realtà che dovrebbero essere lo scudo degli agricoltori, nate per proteggere il reddito e la sostenibilità delle imprese, sembrano oggi più impegnati a rincorrere il consenso facile di un’opinione pubblica “scioccamente green”.
Cavalcare battaglie ambientaliste di facciata prive di reali fondamenta scientifiche, pur di apparire politicamente corretti o per compiacere a certi gangli del potere europeo, significa tradire la base. Quando i rappresentanti ignorano i gridi d’allarme degli agronomi e si accodano ai divieti ideologici, non si sta facendo “innovazione”, ma si sta contribuendo attivamente ad affossare un settore già messo a dura prova da costi energetici e cambiamenti climatici.
L’agricoltura non è un gioco di ruolo da utilizzare per fare carriera personale. È una scienza complessa che richiede strumenti efficienti. Utilizzare determinati prodotti di sintesi, oggi, non significa essere “contro l’ambiente”, ma esattamente l’opposto: significa difendere il suolo, ridurre le emissioni e garantire la sopravvivenza economica di chi produce il nostro cibo. È tempo che la politica e le associazioni smettano di seguire le mode e tornino a seguire la scienza. Prima che sia troppo tardi non solo per un interno settore, ma anche per quell’ambiente che vede negli agricoltori i primi custodi.









