Maternità e agricoltura: la denuncia di Caterina contro la burocrazia

La storia di una giovane imprenditrice agricola tra disuguaglianze, ritardi INPS nel pagamento dell’assegno e tutele mancate per la maternità autonoma
Attualità

Riceviamo e pubblichiamo una puntuale, quanto amara, riflessione di Caterina Mandolesi (giovane imprenditrice agricola di Sirolo, titolare di un azienda ad indirizzo orticolo) circa le tante contraddizioni che si trova ad affrontare una neo mamma alle prese con la burocrazia previdenziale italiana. Parole evidentissime che, al netto dei proclami che spesso legislatore ed istituzioni fanno, evidenzia l’immane squilibrio di trattamento riservato agli imprenditori agricoli (e più in generale dei lavoratori autonomi) rispetto agli altri lavoratori.

Caterina Mandolesi

“Nell’estate del 2025 rimango incinta della mia bambina: la gravidanza si protrae serenamente fino alla sua naturale conclusione, con la nascita di mia figlia nella primavera 2026.

Tutto bene, ci porta gioia infinita e una ventata di freschezza che mancava da un po’. Ma cosa succede quando una lavoratrice autonoma in agricoltura rimane incinta e decide di mettere al mondo un bambino? Quali aiuti ci sono a questa categoria? Nel concreto, a quanto pare, molto pochi: questo mio scritto vuole aprire una discussione su una materia spinosa, ovvero la maternità di chi fa impresa agricola in Italia.

Io, personalmente, ho passato una gravidanza serena e senza complicanze, ma ho dovuto ridimensionare tantissimo il mio impegno in campo: in azienda coltiviamo ortaggi, e per me fin da subito è stato scomodo e faticoso mantenere le posizioni per la raccolta e le mansioni in campo. Mi sono dedicata alla vendita dei prodotti agricoli, ma anche lì, piano piano, ho dovuto ridurre il carico di ore e fare più pause rispetto a prima della gravidanza. Il pancione cresceva e pesava, con piccoli fastidi che si sentivano soprattutto la sera. Niente che non potesse passare con un po’ di riposo; ma il riposo necessario è stato davvero tanto, molto più di quanto pensassi.

A fine marzo, nasce la mia bimba: va tutto bene, come deve andare, e intraprendo l’allattamento a richiesta. Nessuno ti prepara veramente ad allattare, alla quantità di tempo che passerai con un neonato in braccio, giorno e notte, per nutrirlo, calmarlo, consolarlo, addormentarlo, farlo crescere e prosperare. Dietro un neonato che non piange dalla fame c’è una madre che probabilmente non ha dormito e vorrebbe piangere lei dalla stanchezza (se non lo ha già fatto). Le raccomandazioni sono di allattare fino ai sei mesi, poi intraprendere lo svezzamento: quindi sei mesi in cui non sei più solo una donna, ma sei parte di una diade inscindibile col tuo neonato, ora diventato un lattante, che ti porti ovunque, perché lo devi allattare: in qualsiasi momento potrebbe avere fame e aver bisogno della sua mamma.

Nel mentre, chiamo il patronato. Ci sarà qualche aiuto per una contadina incinta. Sì, qualcosa c’è. Ti spetta la maternità. 5 mesi di retribuzione all’80%. Calcolata sul reddito presunto. Quando la pagheranno? Quando avrai pagato i contributi del prossimo anno. 

Sono rimasta incinta la scorsa estate. È passato l’inverno, è estate di nuovo. Ho pagato i contributi di un’annata agraria in cui non ho potuto lavorare perché in gravidanza, e ancora non lavoro perché accudisco una bimba piccola, in un Paese che fa i conti con una denatalità sempre più importante. Ripeto, ho pagato i contributi relativi anche al periodo in cui mi astenevo dal lavoro nei campi perché ero negli ultimi mesi di gravidanza.

Durante tutto questo periodo, ancora non ho percepito nessun sostegno come madre lavoratrice. Zero. L’INPS aspetta che io paghi i contributi di un periodo in cui non ho lavorato, per erogarmi l’assegno di maternità. Perché funziona così….

Ora, nel mio caso specifico, sono parte di una famiglia di agricoltori e sono stati tutti ben contenti di vedermi un po’ meno a lavoro mentre mettevo al mondo una bambina. Però il problema rimane: l’agricoltura richiede pianificazione e il reddito da lavoro non arriva immediatamente, ma arriva dopo una o più stagioni; di fatto, ho saltato un’annata agraria, e non riesco a prevedere quando tornerò attivamente a lavoro, né quanto sarò in grado di contribuire in misura maggiore al bilancio aziendale.

La maternità delle lavoratrici autonome in agricoltura ci pone davanti tantissime domande: i tempi sono maturi per un’ampia discussione sul sostegno al reddito in primis, e sulla durata di esso, vista anche la natura stessa del lavoro agricolo, con i ricavi spostati in avanti nel tempo rispetto all’avvio delle coltivazioni”.

Tags: in evidenza, lettera aperta, maternità

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