Si è svolto al teatro Conti di Acqualagna, nell’ambito della 41ª Fiera del Tartufo Nero Pregiato, il convegno che ogni anno riunisce esperti, cittadini ed operatori del settore in un dialogo dedicato alle principali sfide ed opportunità del tartufo marchigiano. Al centro dell’incontro di quest’anno, la tartuficoltura, con un’attenzione particolare alle sfide dovute alla normativa regionale, alle opportunità offerte dalla ricerca scientifica e ai modelli virtuosi di gestione del territorio, sia in regione sia fuori, con testimonianze provenienti da San Giovanni d’Asso e Bologna.
Tartuficoltura, l’aiuto della ricerca in laboratorio e dei batteri
Le professoresse Elena Viganò e Antonella Amicucci dell’Università di Urbino hanno posto l’accento sull’importanza della ricerca scientifica per sviluppare una tartuficoltura sostenibile e produttiva, con particolare attenzione al tartufo bianco.
“La tartuficoltura può essere un driver di sviluppo dei territori – ha spiegato Viganò – ma tutto dipende da cosa riusciamo a fare. Nelle aree interne assistiamo a spopolamento e riduzione dei servizi, e il tartufo può rappresentare un’opportunità concreta solo se affrontiamo le fragilità del sistema produttivo. Bisogna ragionare su come rendere la produzione più stabile, tutelando il paesaggio, l’autenticità e la sostenibilità del territorio”.
Amicucci ha illustrato i progressi nella biologia del suolo e nei controlli molecolari: “Per avere piantine micotizzate di qualità è fondamentale selezionare il ceppo giusto. Il micelio del tartufo bianco cresce solo se il terreno ospita determinate popolazioni microbiche: batteri che aiutano la micorizzazione e funghi competitori che possono ostacolarla. Interventi mirati sul terreno permettono di aumentare le probabilità di successo della tartufaia senza alterare l’ecosistema”.
La docente ha sottolineato anche l’importanza della gestione dei miceli apolidi maschili e femminili, fondamentali per la fruttificazione. “Se una tartufaia è molto sfruttata, la presenza della ifa maschile diminuisce, riducendo la produzione. Allo stesso tempo, gli animali micofici come i cinghiali possono contribuire alla germinazione delle spore, ma recintare le tartufaie può compromettere questo processo naturale”.
Le relazioni tra micorrize, batteri helper e contaminanti fungini, così come l’inoculo controllato di ceppi selezionati, rappresentano strumenti decisivi per il futuro della coltivazione del tartufo bianco, garantendo piante più produttive e territori più sostenibili.
A San Giovanni d’Asso la gestione collettiva dei territori del tartufo
Con particolare attenzione sono state seguite le testimonianze provenienti da fuori regione. L’esperienza di Paolo Valdambrini, a San Giovanni d’Asso, nelle Crete Senesi, rappresenta ad esempio un modello consolidato di gestione collettiva. “La nostra associazione nasce negli anni ’80 con l’intento di salvaguardare l’habitat del tartufo – ha spiegato -. Poco alla volta, la tutela si è trasformata in gestione di un intero territorio su tutta la provincia di Siena: affittiamo terreni rustici con contratti regolari, collaboriamo con le organizzazioni agricole e formiamo i soci sulle pratiche di manutenzione necessarie per preservare le tartufaie”.
Valdambrini ha illustrato anche le sfide pratiche: “I cinghiali rappresentano un problema: disperdono le spore, ma possono danneggiare seriamente le tartufaie. Serve sostenere i tartuficoltori politicamente, perché con la libera cerca il territorio degrada. Ogni socio deve rispettare regolamenti interni basati sulle leggi regionali e nazionali”.
Il progetto prevede anche la tracciabilità del tartufo destinato a mostre e fiere, garantita tramite partita IVA delle aziende agricole e obblighi fiscali dei tartuficoltori. “Non possiamo basarci sulla libera cerca – ha concluso – la produzione va controllata e valorizzata”.
A Bologna pioppicoltura e tartufaie controllate
Un modello simile ma adattato a contesti differenti è quello illustrato da Alessio Fabbri, che ha raccontato l’esperienza bolognese. “La nostra associazione è nata negli anni ’90 per tutelare il tartufo – ha spiegato – in pianura coltiviamo pioppi lungo i canali del Reno, in collina ci concentriamo sulla cura dei boschi. Abbiamo acquisito terreni in comodato d’uso e creato una tartufaia didattica per far conoscere il settore agli studenti”.
Fabbri ha sottolineato l’importanza della responsabilizzazione degli associati: “Circa 150 ettari sono destinati al tartufo bianco, con segni di riconoscimento per i soci, medagliette e giubbotti, per diffondere una cultura di autosorveglianza e condivisione della gestione dei territori”. La collaborazione con i comuni ha permesso di creare procedure per limitare tagli indiscriminati e sostenere la produzione, garantendo così la tutela delle aree più produttive.
Nel modello bolognese si uniscono anche formazione e tutela ambientale: dalla pioppicoltura alla creazione di un parco sensoriale accessibile anche a persone con disabilità, fino a sistemi di affitto e manutenzione condivisa per responsabilizzare i soci e garantire produzioni di qualità.
Innovazioni marchigiane: tartufaie sperimentali e microtartufaie

Nelle Marche, la sperimentazione negli ultimi anni si sta concentrando intensivamente sul tartufo bianco. La collaborazione tra AMAP, amministrazioni locali e tartuficoltori ha portato ad esempio alla realizzazione di campi sperimentali vicini alle storiche tartufaie di nero. Su circa 450 piante, sistemate su un terreno di 6×6 metri, vengono testate tecniche di micorizzazione e gestione agronomica, ha spiegato il vivaista Matteo Galletti, con l’obiettivo di capire quali specie e pratiche assicurino una produzione stabile e di qualità.
È stata inoltre creata una rete di microtartufaie con 21 siti e oltre 217 piante messe a dimora, che consentono di monitorare la micorizzazione, la diversità dei ceppi e l’efficacia delle tecniche adottate dai singoli tartuficoltori. L’analisi dei dati aiuterà a definire le pratiche più idonee e a migliorare la produzione futura.
Tra opportunità e vincoli rimane la sfida normativa
Nonostante gli esempi virtuosi e le iniziative innovative, la Regione Marche appare ancora lenta nel creare un disegno comune. Come sottolineato più volte nel corso del convegno, “serve una mappatura dei terreni e una normativa chiara che tuteli le tartufaie e favorisca investimenti”.
Fabrizio Cerasoli, rappresentante della Regione Marche presente al convegno, ha riconosciuto che i tavoli di filiera e i patti tra sindaci, tra le proposte più recenti avanzate per il comparto, hanno effettivamente prodotto finora risultati limitati.
È stato ricordato infine come il tartufo non sia solo un prodotto gastronomico, ma uno strumento di sviluppo economico, sociale e turistico. Come ha osservato il sindaco di Acqualagna: “Dobbiamo distinguerci difendendo il nostro tartufo, ma anche rispettare ciò che le realtà internazionali ci possono insegnare. Acqualagna deve essere un punto in cui si predica la qualità”. Rimane comunque evidente la necessità di “fare sistema servono regole certe e strategie condivise per valorizzare il tartufo senza compromettere qualità, autenticità e sostenibilità”. Gli esempi di San Giovanni d’Asso e Bologna dimostrano come la collaborazione tra ricerca scientifica, tartuficoltori e istituzioni locali possa trasformare le potenzialità in risultati concreti. Tuttavia, la piena valorizzazione delle tartufaie marchigiane richiede interventi normativi mirati, sostegno ai produttori e strategie condivise, affinché la tartuficoltura diventi davvero un motore di crescita sostenibile per le aree interne.









