L’attenzione dei lettori mostrata sul nostro recente articolo sul glifosate, ci ha spinto ad approfondire l’argomento sotto il profilo tecnico, ascoltando il parere di Raffaele Marziani, agronomo e responsabile del settore agrofarmaci del Consorzio Agrario di Ancona.
Dottor Marziani, il dibattito pubblico sul glifosate è spesso polarizzato tra chi lo difende a spada tratta e chi ne invoca il bando totale. Lei sostiene che, al di là delle ideologie, la questione debba essere affrontata con i dati della scienza. Qual è lo stato dell’arte riguardo alla sostituibilità di questa molecola?

«Dobbiamo uscire dalla narrazione “buoni contro cattivi” e guardare alla realtà dei fatti: attualmente la molecola del glifosate è, in termini economici, di efficacia e paradossalmente anche ambientali, praticamente insostituibile. Quando parliamo di agricoltura, dobbiamo considerare un approccio integrato. Le alternative attuali presentano criticità non trascurabili. I metodi meccanici come pacciamatura o sfalcio richiedono sforzi diversi, mentre quelli fisici, come il pirodiserbo o l’impiego di schiuma, non solo producono gas serra, ma danneggiano la microfauna del suolo. Inoltre, questi metodi non devitalizzano le radici delle infestanti, costringendo l’agricoltore a intervenire ripetutamente durante la stagione, con un aumento dei costi e dell’impatto complessivo.»
Spesso si sente parlare dell’acido pelargonico come della “grande alternativa naturale” al glifosate. Qual è la sua analisi tecnica su questa sostanza e perché non è ancora la soluzione definitiva?
«L’acido pelargonico è salito alla ribalta mediatica soprattutto dopo il 2015, ma è una sostanza nota dagli anni ’80. C’è un equivoco di fondo sulla sua “naturalità”: sebbene sia presente nei gerani, la sua produzione per uso agricolo richiede processi industriali complessi. Se dovessimo sostituire il glifosate con il pelargonico su vasta scala, i volumi produttivi necessari avrebbero un impatto industriale enorme, richiamando peraltro in gioco proprio quelle multinazionali che spesso i detrattori del glifosate vorrebbero contrastare. Inoltre, non è autorizzato in agricoltura biologica e richiede dosaggi molto elevati (si va per i prodotti con 700 g/L di principio attivo a 14,5 L/ha sino a 8-60 l/ha per prodotti con circa 500 g/L) per garantire un’efficacia che rimane comunque parziale.»
In termini di sicurezza per l’operatore e impatto sul suolo, il pelargonico è davvero più “leggero” rispetto ai diserbanti tradizionali?
«Non lasciamoci ingannare dai nomi. Il pelargonico è un acido e, per definizione, è aggressivo sui tessuti. Sulle etichette riporta pittogrammi di pericolo per corrosione o irritazione al pari di altri erbicidi. Anzi, le precauzioni da adottare sono spesso superiori a quelle dei prodotti standard. Un altro limite fondamentale è agronomico: il pelargonico funziona bene solo sopra i 20°C, rendendolo quasi inutile in autunno, e agisce solo per contatto sulla parte aerea. Non intacca le radici; questo significa che alla prima pioggia l’infestante rigenera, obbligando a nuovi trattamenti. Questo ciclo continuo di interventi rende la pratica difficilmente sostenibile, sia per le tasche dell’agricoltore che per l’ambiente.»
Dati i toni che la questione assume nel dibattito generale l’unica soluzione rimane affidarsi ai dati ed alle evidenze scientifiche?
«Esattamente, qui non si tratta di fare difese d’ufficio di alcune molecole rispetto che di altre, ma di affidarsi ai dati. Lo stesso fatto che il glifosate sia stato classificato come sostanza “probabile cancerogena” è un’affermazione priva di significato se non contestualizzata. Nello stesso gruppo vi rientra anche la carne rossa o l’acqua sopra i 65 gradi. La mia è una constatazione tecnica: oggi le alternative proposte sono difficilmente praticabili sotto ogni aspetto, anche su quello della salubrità delle sostanze. Se vogliamo tutelare la produzione agricola, il benessere economico del comparto e la reale sostenibilità ambientale, non possiamo farci trasportare dalla retorica. Dobbiamo affidarci alla tecnica agronomica. Eliminare uno strumento senza averne uno altrettanto efficace e sicuro rischia di mettere in ginocchio l’intero settore senza portare i benefici ambientali sperati.»









